Un vecchio cameriere

In primo luogo va detto che questa canzone si muove tra l’Eliot della Terra desolata e il Leopardi intriso di Qohelet. Se, infatti, il testo biblico Qohelet ci ricorda che «tutto è vanità… tutto ciò che accade è vanità… tutto torna alla polvere», Leopardi afferma nella poesia A se stesso: «Amaro e noia la vita, altro mai nulla e fango il mondo».
Nondimeno questa canzone afferma anche, attraverso un’ardua e contrastata parabola, in maniera paradossale e non immediata, la grandezza dell’uomo nonostante la sua conclamata miseria e finitezza.
E però se il gesto minimo del bucato, e la cura paziente della moglie pazza, riaffermano una dignità, nel suo complesso la canzone ribadisce anche una consapevolezza, la consapevolezza che, come dice Petrarca, «quanto piace al mondo è breve sogno».
Dunque, da tutto questo, viene il suggerimento di non coltivare speranze su questa «Terra desolata» se non con la più radicale e assoluta consapevolezza della nostra precarietà.
«Abbiamo preso coscienza della fine del mondo… e dalla fine del mondo… arrivano parole spezzate o solo brusii, qualcosa che si disfa nel mentre»; e tuttavia «ogni cosa sia commisurata alla fine del mondo… ogni azione tragga da lì la sua misura»; «Il gelido limite contro cui si sfracella ogni individuo; (…) non è che non c’è nulla da sperare. Ma non c’è da sperare nella speranza».
«Terra, desolata»: la maiuscola è del testo e dunque rimanda in maniera esplicita al poemetto omonimo di Eliot. Allora forse la frase va così ricostruita: la Terra è una Terra desolata ma nondimeno l’uomo è il fiato, ovvero l’elemento vitale, di tutto l’universo, il punto fermo del cosmo, il perno sul quale ruota l’intero cosmo, uno splendore che è continuamente rinascente, che continuamente rinasce senza mai consumarsi: «splendore» in-consumato.
È vero nondimeno che un destino imperscrutabile -un qualcuno non meglio definito, forse un Dio- ci ha lanciati nella vita e che la vita ci porta alla consapevolezza, alla coscienza, della nostra assoluta precarietà e del nostro destino di sofferenza. Tutto questo lo comprende persino un semplice cameriere, fin dal momento in cui, aprendo gli occhi al mattino, si rende conto del fatto che il mondo è freddo e feroce, e lo accoglie con insulti e ghigni spietati; ovvero, per usare le parole di Sgalambro che cita, a sua volta, Leopardi, come «una Natura matrigna e ostile» (De mundo pessimo, p. 265).
Se ne consegue che la nostra sia «la sorte di una specie gettata in un universo insensato» (Dell’indifferenza in materia di società, p. 69), va riconosciuto anche un altro imperativo etico, ovvero «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti» (Inferno, XXVI) mutuato poi da Battiato-Sgalambro nella canzone Testamento (2012).
Questo ragionamento, centrale nella canzone, è, pertanto, una fortissima dichiarazione di dignità e resistenza umana rispetto a quanto ferocemente ci «distrugge» e ci «annienta» (cfr. Sgalambro, Trattato dell’empietà, De mundo pessimo, Teoria della canzone).
Ma non è tutto; il vecchio cameriere va, infatti, accostato a Gesualdo principe di Venosa (un re!), che nella canzone omonima anch’essa del 1995 e contenuta nello stesso disco, è ricordato come «musicista e assassino della sposa». Da questo accostamento di destini viene la domanda, implicita, su chi sia davvero grande tra i due; se il principe assassino o il povero «vecchio cameriere» che con più umiltà e rettitudine, alte virtù umane, «fa il bucato» per se stesso e per la «moglie pazza» che accudisce con immutata dedizione?
Per capire il senso di questa domanda e dell’implicita risposta, nonché di questi versi e dei successivi, affianchiamo la parafrasi a due passi di Sgalambro e a un frammento di Fornicazione (1995).

«Non fate crescere niente / su questa terra»
egli (il vecchio cameriere) è (comunque) un uomo e appartiene alla razza. Un giorno amò, ora si fa il bucato
Petrarca, dal sonetto iniziale del Canzoniere
Anatol, p. 66 e Trattato dell’empietà, p. 115
«Splendore inconsumato / di tutto l’universo, fiato, / punto fermo del cosmo: / Terra desolata..»
«Qualcuno ci lancia nella vita, / questa nella coscienza: / anche quella di un povero commesso / che nel tempo stesso / apre gli occhi rabbrividendo / al giorno, / che gli ghigna attorno»
«Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante, Inferno, XXVI)
Trattato dell’empietà, pp. 164-165 e passim; De mundo pessimo, pp. 64-65; cfr. anche «Dio… ci pesta a dovere e noi gli cantiamo in faccia», Teoria della canzone, p. 42
« la moglie pazza / (…) Un giorno amò / ora si fa il bucato, / sognando il re che sarebbe stato.»
«Mentre il pensiero di te / si unisce a quel che penso. / E i cicli del mondo si susseguono. / Issami su corde per vie canoniche / ascendendo e discendendo.»
Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
cfr. La consolazione, pp. 39 e 136
Breve invito a rinviare il suicidio, 1995
La consolazione, p. 133
«issami per vie canoniche, ascendendo e discendendo»
«i cicli del mondo si susseguono»
Del delitto, pp. 60 e 144
L ’esistenza di Dio, 1995
Sgalambro ed Eliot, dalla Terra Desolata all’Apocalisse
di Sgalambro si veda: De mundo pessimo, pp. 61 e 89; Anatol, p. 155; La morte del sole, pp. 189-190 e passim; Del pensare breve, p. 58; Del delitto, p. 32; La consolazione, p. 124; Dialogo teologico, pp. 8789; Del metodo ipocondriaco, pp. 14-27; Per la poesia sanremese di Tommaso Ottonieri.

In primo luogo va detto che questa canzone si muove tra l’Eliot della Terra desolata e il Leopardi intriso di Qohelet. Se, infatti, il testo biblico Qohelet ci ricorda che «tutto è vanità… tutto ciò che accade è vanità… tutto torna alla polvere», Leopardi afferma nella poesia A se stesso: «Amaro e noia la vita, altro mai nulla e fango il mondo».
Nondimeno questa canzone afferma anche, attraverso un’ardua e contrastata parabola, in maniera paradossale e non immediata, la grandezza dell’uomo nonostante la sua conclamata miseria e finitezza.
E però se il gesto minimo del bucato, e la cura paziente della moglie pazza, riaffermano una dignità, nel suo complesso la canzone ribadisce anche una consapevolezza, la consapevolezza che, come dice Petrarca, «quanto piace al mondo è breve sogno».
Dunque, da tutto questo, viene il suggerimento di non coltivare speranze su questa «Terra desolata» se non con la più radicale e assoluta consapevolezza della nostra precarietà.

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Mentre il pensiero di te, vecchio cameriere, e della tua disgraziata ma comune vicenda umana, si unisce e si somma alle riflessioni che sto facendo

Anatol, p. 18
Dedurre se stesso… Fare passaggi accurati. Come in un arpeggio discendere e risalire
Del delitto, pp. 60 e 144
Perenne ciclo cosmico. Il sorgere e il perire dei mondi. L’eterno ciclo non fa soste, solo tappe. Una di queste ci riguarda
Fornicazione
Ora la mia mente andava, / seguiva le orme delle cose che pensava

Ne viene che in questi versi il protagonista della canzone prosegue la sua riflessione e passa dalla Parabola del Vecchio Cameriere a considerazioni filosofiche di ordine più generale: siamo una razza fortuita, non vi è su questa terra nessuna garanzia divina o metafisica; se l’uomo è lo splendore del cosmo, nondimeno egli è perituro; inoltre la terra che lo «ospita» è, secondo il dettato di Leopardi, «matrigna» e non madre.
La «vita mortale» è infatti «pena e tormento… senza posa o ristoro», come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, dove troviamo anche un «vecchierel bianco e infermo… lacero, sanguinoso» che è un alter ego del nostro «vecchio cameriere» e come lui «corre via, corre, anela».
Si arriva così ad affermare che la vicenda del mondo («i cicli del mondo») è caratterizzata da un continuo e altalenante saliscendi che non dà alcuna certezza a quanto l’uomo intraprende («fa crescere») e tuttavia… -anche qui sto parafrasando Sgalambro– «è un niente, un pugno d’aria la vita e tuttavia… misera la nostra condizione, eppure…». E vedi, nella prima parte della Terra desolata di Eliot, «in un pugno di polvere vi mostrerò la paura» nondimeno…
È in questo contesto che vanno ancora citati, dallo stesso album del 1995 e nella stessa prospettiva etica e teologica, i versi di Breve invito a rinviare il suicidio:

Va bene, hai ragione, / se ti vuoi ammazzare. / Vivere è un’offesa / che desta indignazione… / Ma per ora rimanda… / (…) Questa parvenza di vita / ha reso antiquato il suicidio. / Questa parvenza di vita, signore, / non lo merita… / solo una migliore

E infine ne La consolazione, il passo seguente:

Devi fare come se dovessi vivere solamente un giorno… se non puoi vivere in un mondo migliore esprimiti almeno nel modo migliore. Lo stile è il pensiero, mi permetto di dirti.

Alla luce di tutto questo, se il punto più oscuro di questo gomitolo di versi è «issami per vie canoniche, ascendendo e discendendo», possiamo ora forse dire che dovrebbe valere per «tu, o mio pensiero, continua a farmi ragionare in maniera ortodossa, in maniera canonica, sul continuo e altalenante divenire del mondo, e rendimi consapevole del fatto che tutto sulla terra è destinato alla rovina. Nondimeno… ».
Gli ultimi versi della canzone sono totalmente ellittici; comunque richiamano, a mio avviso, un altro passo qoheletico di Sgalambro dove la parola comune è «cicli»:

A ogni caducità ne segue un’altra. Sia l’essere che il divenire perdono la loro consistenza poetica e diventano il bruto darsi del perenne ciclo cosmico. Il sorgere e il perire dei mondi. L’eterno ciclo non fa soste, solo tappe. Una di queste ci riguarda. La nostra contemporaneità dà senso a questa visione… Ma gli eventi distruggono il disegno e anche i più grandiosi appaiono miserabili. Come se provenissero da quella ‘lontananza’ in cui tutto sarà polvere. Non è l’Inizio il vero problema. È il seguito.

Dunque Battiato e Sgalambro «teologi irregolari» di nuovo ci ripetono:

Ancora una cosa, / mente a Ockam prego: / Dio differisce dalla pietra / perché questa, dice, è finita. / La teologia vi invita, / anzi vi impone di, / immaginare / una pietra infinita.

E l’uomo è, appunto, «una pietra infinita», attraversato da due diverse tensioni, una al finito e una all’infinito e l’uomo è crocefisso a quello che Francesco De Gregori definisce «l’incrocio dei venti». È in questa visione complessiva che possiamo comprendere perché la canzone Un vecchio cameriere (articolo indeterminativo) si apra con un richiamo esplicito alla Terra desolata di Eliot. E non credo sia necessario per comprendere l’importanza di Eliot per Sgalambro (e Battiato) trascrivere qui tutti i passi di Sgalambro dove Eliot (principalmente La terra desolata ma anche Quattro quartetti, Gli uomini vuoti, Gerontion) è, più o meno direttamente, richiamato. La traccia però più evidente, e costante, che avvicina Sgalambro al poeta anglo-americano è, complessivamente, il tono apocalittico e l’uso ricorrente di parole-concetto eliottiane come «polvere», «macerie», «rovine», «aridità», «schianto», «terra desolata», «terra morta», «terra spoglia», «la fine del mondo», «la fine di tutte le cose», che rinviano ai versi iniziali della Terra desolata:

Aprile è il più crudele dei mesi, genera / Lillà da terra morta

e ai versi finali degli Uomini vuoti di Eliot:

È questo il modo in cui finisce il mondo / È questo il modo in cui finisce il mondo / È questo il modo in cui finisce il mondo / Non già con uno schianto ma con un piagnucolio.

Se questo è vero, è vero anche che «il vecchio cameriere» (articolo determinativo) di questa profondissima canzone sa guardare alla propria sorte a ciglio asciutto.