Stati di gioia

Ancora una volta la canzone presenta il racconto di un percorso iniziatico e di crescita personale verso la salvezza e la liberazione («la Gioia»); ovvero, e più precisamente, la canzone è il racconto di un percorso di liberazione dalle «ossessioni dell’Io e del Potere». Non solo, ma la canzone, oltre ad essere un «rito di purificazione» e di «guarigione», contiene anche una promessa: che la gioia autentica che si può scoprire in terra è una premessa/promessa, in terra, di quella che sarà, dopo la vita, uno «stato di Gioia» assoluto. La Gioia è cioè l’incontro con Dio o, in termini più laici, con una corretta visione della realtà o con ciò che è davvero «reale».
Preciseremo il tutto, ma intanto uno stralcio di un’intervista che ritengo chiarificatrice e una parafrasi fededegna:

Battiato: Nulla è permanente, niente è duraturo, ma questo è proprio ciò che noi esseri umani non riusciamo ad accettare… Il nostro ego si oppone, usando ogni trucco. Questo io, per quanto ridicolo a volte possa sembrare, vorrebbe vivere in eterno; non ci si può aspettare che l’ego rinunci di buon grado al proprio predominio. Nella misura in cui muore il nostro piccolo io, questo aggregato di processi psichici, pauroso, disperato, aggressivo, opportunistico, manipolante, e troppo di rado gioioso, si sviluppano di pari passo la fiducia, la vera gioia e una vera speranza. Ma evidentemente non ci interessano affatto l’evoluzione del principio divino, lo sviluppo dell’universo, la molteplicità delle possibilità. Ci interessano solo io e mio.

Forse però la parafrasi più corretta è una canzone del 1993 che richiameremo più volte e dove tornano due parole-chiave che ritroviamo in entrambi i testi, ovvero «gioia» contrapposta a «ciechi» o meglio «cieca sofferenza»:

Ne abbiamo attraversate di tempeste / e quante prove antiche e dure / ed un aiuto chiaro da un’invisibile carezza / di un custode. / Degna è la vita di colui che è sveglio / ma ancor di più di chi diventa saggio / e alla Sua Gioia poi si ricongiunge / sia Lode, Lode all’Inviolato. / E quanti personaggi inutili ho indossato / io e la mia persona quanti ne ha subiti / arido è l’inferno / sterile la sua via. / Quanti miracoli, disegni e ispirazioni… / E poi la sofferenza che ti rende cieco / nelle cadute c’è il perché della Sua Assenza / le nuvole non possono annientare il Sole.

In particolare ritroviamo anche nella canzone che stiamo analizzando la dialettica «Sole» – «fenomeni terreni», questi ultimi definiti metaforicamente «nuvole» o più precisamente «azioni del mondo». Vi torneremo, non senza però aver qui segnalato un’altra occorrenza dove si oppone ciò che è eterno a ciò che è temporaneo:

Io chi sono? / Io sono. Io chi sono? / Il cielo è primordialmente puro ed immutabile / Mentre le nubi sono temporanee / Le comuni apparenze scompaiono / Con l’esaurirsi di tutti i fenomeni / Tutto è illusorio privo di sostanza / Tutto è vacuità / E siamo qui ancora vivi di nuovo qui / Da tempo immemorabile / Qui non si impara niente sempre gli stessi errori / Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre.

Fermo questo primo approccio, osserviamo poi che ritroviamo in questa canzone ancora una volta il tipico procedimento logico-artistico di Battiato (e Sgalambro), cioè quello di una costruzione non meramente consequenziale (logicamente ordinata) ma suggestiva ed emozionale: il racconto che la canzone presenta non è cioè esattamente precisato ma nondimeno complessivamente ricostruibile.
Per essere espliciti non c’è nesso evidente tra la constatazione contenuta nella prima frase («Le azioni del mondo non influenzano il sole») e il secondo blocco logico-sintattico: «e i nemici è sicuro sono dentro di noi / com’è possibile restare ciechi per così lungo tempo. / Mi trovavo a lottare contro i miei fantasmi / spostandomi in avanti per quanto lo permette la catena». Ma, nondimeno, il pensiero è chiaro ed efficacissimo sul piano artistico e complessivo. Battiato e Sgalambro stanno infatti dicendo che la nostra vera Gioia, il nostro Io profondo, non può essere distrutto da quanto accade nel mondo perché la nostra Anima (come il Sole) non appartiene alla terra e alla sua vicenda. Così, la comprensione (istantanea e folgorante) che i nemici non sono «reali» ma frutto unicamente delle nostre costruzioni mentali (sono cioè dei «fantasmi») ci permette di conseguire, almeno, due risultati. Il primo è quello di spezzare «la catena» che ci lega ad una «allucinazione collettiva» e a una serie di «inutili dolori», parole contenute nelle canzoni 23 coppie di cromosomi (2004) e Come un cammello in una grondaia (1991), mentre il secondo è quello di «ascendere alla Gioia», ovvero di iniziare ad incontrare un’esperienza, autentica, di gioia. Da notare che «ascendere» è verbo legato, se non etimologicamente, almeno in modo suggestivo, al percorso mistico, all’ascesi mistica; e la mistica è legata, stavolta etimologicamente, all’idea di mistero e quindi di rito. Tra i tanti esempi di questo nodo di suggestioni, ma costitutivo dell’immaginario occidentale, possiamo ricordare l’ascesa mistica di Dante dall’Inferno al Paradiso. Potremmo dunque compendiare il senso del tutto, anche se il contesto della canzone appare buddhistico, con le parole che ritroviamo nel Vangelo: «Cosi conoscerete la verità e la verità vi farà liberi»; possiamo dire (questo il senso ultimo della canzone) che la Verità (o, laicamente, una retta e non nevrotica lettura della realtà) ci renderà, in primo luogo, liberi dagli «inutili dolori« e, poi, pronti a una gioia assoluta in terra e oltre la vita (questa è, in effetti, la «perfetta letizia» di cui parlano San Francesco e la mistica cristiana). Cade qui il ricordo di un’altra canzone di Battiato intitolata L’ombra della luce (1991) e che potremmo reintitolare L’ombra della Gioia:

Riportami nelle zone più alte / in uno dei tuoi regni di quiete: / è tempo di lasciare questo ciclo di vite / E non mi abbandonare mai… Non mi abbandonare mai! / Perché le gioie del più profondo affetto, / o dei più lievi aneliti del cuore / sono solo l’ombra della luce. / Ricordami come sono infelice / lontano dalle tue leggi; / come non sprecare il tempo che mi rimane / E non mi abbandonare mai… / Non mi abbandonare mai / Perché la pace che ho sentito in certi monasteri, / o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa / sono solo l’ombra della luce.

Affermato tutto ciò, perché abbiamo detto, per inciso, e approfondiremo di seguito, che il contesto della canzone è latamente buddhistico o, forse meglio, induistico e buddhistico, fermo che sempre Battiato e Sgalambro sono costituzionalmente eterodossi e non riducibili a nessuna parrocchia? Per diversi elementi che così possiamo iniziare a elencare.
In primo luogo, se la canzone nel suo complesso è un iter di purificazione e un rito di purificazione e liberazione, è vero anche che il Buddhismo si presenta proprio come una riflessione fondata sulla liberazione dal dolore che una non corretta comprensione di ciò che è reale ci procura e, quindi, come un percorso di liberazione attraverso la conoscenza.
Poi va rilevato che la canzone si chiude su un suono che accompagna le ultime parole: «Om» che è un mantra (composto da tre fonemi A, U e la risonanza nasale) che viene pronunciato all’inizio e alla fine della recitazione dei Veda, i testi sacri fondamentali degli indù. Il termine Veda significa letteralmente «conoscenza» e si applica a un esteso numero di testi compilati in India in lingua sanscrita, la più antica del mondo, più di 5000 anni fa da veggenti o poeti (rsi). Questi testi, sono considerati tra i più sacri e antichi del mondo e vengono definiti in sanscrito, la lingua in cui sono stati scritti, Śruti o Shruti, ovvero «ciò che è stato ascoltato o rivelato», ma la sua traduzione letterale è «nota musicale». I Veda sono stati tradizionalmente trasmessi oralmente da un maestro (guru) a un discepolo (kela) e successivamente vennero trascritti per la prima volta all’incirca 1500 anni prima di Cristo da un saggio chiamato Vyāsa o Vyāsadeva, «il compilatore». I Veda contengono 10.581 mantra e 1000 sukta e da questi, hanno avuto origine anche l’ayurveda e le altre branche del sapere indiano. I Veda sono anche chiamati Nitya, perché sono eterni e Apauruseya, perché non sono stati inventati dall’uomo. La loro origine per la tradizione indù è divina. I saggi Rishi, attraverso profonde meditazioni, percepirono i Veda attraverso i suoni divini, i mantra, che giunsero a loro direttamente dall’Essere Supremo. L’Om è il sacro suono che ha dato origine ai Veda e all’universo intero e la loro visione considera l’universo una vera e propria persona cosmica chiamata purusha, di cui il corpo umano è una replica esatta in miniatura: microcosmo e macrocosmo. Fortissima dunque la scelta di Battiato di far risuonare mentre parla (e canta) di «riti di purificazione» la parola sacra dei Veda, Om.
Infine c’è un’importante considerazione d’ordine biografico: Battiato, infatti, segnala che vi è tra le pieghe della canzone «una meravigliosa esperienza che ho avuto in un ashram in India». Notiamo che la parola ashram deriva dal sanscrito e da un successivo adattamento inglese e vuol dire «comunità religiosa». Da dove viene a Battiato questa parola? Ecco una possibile ricostruzione:

Abbiamo iniziato a frequentare la casa di Claudio Rocchi a Milano, in viale Campania nel 1979 quando, con un certo gruppo di amici ci trovavamo a parlare non solo di musica ma soprattutto di vita, di spiritualità, di meditazione, di yoga, di conoscenza, di liberazione…Claudio era stato in India già diverse volte e accoglieva a casa sua amici seriamente interessati a saperne di più, visto il suo grande interesse per il misticismo di cui era sicuramente un’icona riconosciuta da tutti. In queste riunioni tra amici partecipavano specialmente il musicista Paolo Tofani degli Area, Franco Battiato, l’esploratore Ambrogio Fogart, Carlo Rambaldi e altri. Noi eravamo sempre più attratti alla filosofia indiana e in quelle occasioni potevamo apprendere anche solo in modo frammentato svariate cose sui famosi testi Veda. Ci chiedevamo cosa fosse questa misteriosa civilizzazione Vedica, dove si trovavano questi testi antichissimi e da dove provenivano. Avevamo iniziato ad elaborare un piano per andare in India e quindi ci interessava raccogliere più notizie possibili al riguardo. Anche durante i festival del proletariato giovanile di Parco Lambro a Milano qualche anno prima avevamo già visto la sezione in cui si praticava collettivamente la meditazione e la recita dei mantra, ma attorno a questi argomenti aleggiava comunque una sorta di mistero e mancanza di informazioni dovuto al fatto che era difficile accedere ad una letteratura scritta in sanscrito, la lingua più antica del mondo, così il tutto sfociava nel passa parola o nella “contro-informazione”. Ad un certo punto è stato tanto naturale sia per noi sia per Claudio e la sua famiglia, e Paolo, lasciare tutto alle spalle e provare a vivere in un ashram dove poter finalmente approfondire e praticare una vita alternativa, soprattutto studiando la letteratura vedica, praticando la meditazione e la recitazione dei mantra e vivendo una vita semplice insieme volta alla ricerca interiore della nostra natura spirituale.

Data questa prospettiva complessiva, proseguiamo ora l’analisi della nostra canzone con una frase che abbiamo tralasciato e che ci mostra l’esito di una corretta e illuminata lettura della realtà: «Masticavo semi di mela alla luce del mattino / le increspature dell’aria sembravano pulsare / mi giungevano frasi, odori di erbe bruciate / scintille di fuochi suoni lontani» che vuol dire che nella prospettiva della «Luce» e della «Gioia» quanto è legato al «mondo» («frasi… erbe bruciate… fuochi…», tracce, forse, di guerre e conflitti buddhisticamente «irrreali») diventa appena un «suono lontano», qualcosa cioè che non ha più fondamento di realtà autentica: in effetti va rilevato che tutta la canzone è giocata su un altro principio buddhistico: «niente è come appare» che è, inoltre e in coerenza, il titolo di un’altra canzone buddhistica del disco significativamente intitolato Il vuoto. «Dice il Buddha: “Vedete ogni cosa così / come un miraggio, un castello di nuvole / come un sogno, un fantasma. / Tutto (è) privo di essenza (…) Vedete ogni cosa così / come un’eco prodotta da musiche, suoni e pianti… Ma in quell’eco non vi è alcuna melodia… Vedete ogni cosa così: / come un mago che suscita per illusione / cavalli, buoi, carri e ogni altra cosa / Ma niente è come appare».
Conferma Battiato: «Importante anche il film che riprende un verso della canzone Niente è come sembra, dal titolo ispirato a una frase del Buddha. Tutto il film, infatti, è un dialogo teologico».
Ed ecco, di seguito nella canzone, un’altra pennellata di Battiato solo apparentemente sconnessa da quanto finora raccontato e in realtà fortemente esemplificativa: «Era l’estate del ’63 un pomeriggio assolato / da un juke-box di un bar completamente vuoto / “She loves you ye ye ye”, versi che raccontano un’epifania («scopersi per caso») ovvero un evento sacro, una «ierofania», un “miracolo” che d’improvviso ci cambia la vita (qui il paradigma, per tornare alla tradizione cristiana, è la «Conversione di Paolo sulla via di Damasco»).
Alcune osservazioni sono necessarie. Il «per caso» è un probabile richiamo alla biografia di Battiato. Ad esempio:

Gianni Sibilla: Le tue radici (ndr. una cover incisa da Battiato in Fleurs 3) è (…) meno conosciuta: è dell’Alan Sorrenti più sperimentale. Anche se le sue sperimentazioni vocali si perdono in questa versione più lineare.
Battiato: Quando uno sta per compilare un disco come questo, inizialmente pensa alle cose più strane, poi si finisce per limare, scartare. Ho un ricordo di un pomeriggio in un bar nell’hinterland milanese, quando da un juke box sentii questa canzone, e vi notai subito qualcosa di fascinoso. La mia versione è sicuramente più lineare, ma è stata proprio la canzone stessa ad ispirarmi questa scelta: chi non conosce l’autore, potrebbe scambiare questo pezzo per un contemporaneo.

Per il concetto di «ierofania» come «manifestazione del sacro» nella realtà quotidiana (cioè come «santificazione di uno spazio profano») rimandiamo al Trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade. Il termine è proprio della storia e della fenomenologia della religione, oltre che dell’antropologia del sacro, e sta ad indicare la manifestazione del sacro. Concetto cardine del pensiero di Mircea Eliade, da questi coniato, denota qualsiasi manifestazione del sacro in oggetti, persone o luoghi, una realtà del tutto diversa rispetto a quella comunemente intesa ovvero una realtà altra rispetto a quella quotidiana, o meglio, che diventa altra rispetto a quella quotidiana. Il concetto di «ierofania» si incrocia così con quello di «rottura di livello» e con quello di «Centro del Mondo». La «ierofania» è una rottura di livello che fa di un luogo profano (ad esempio «il bar vuoto») il “Centro del Mondo” e un luogo di ascesa. Ad esempio scrive Eliade:

La ziqqurat mesopotamica era in realtà una montagna cosmica (…) Ascendendolo, il pellegrino si avvicina al Centro del Mondo e, sulla terrazza superiore, assurge a una rottura di livello, trascende lo spazio profano, eterogeneo, e penetra in una “terra pura”. (…) Abbracciando i fatti con uno sguardo generale, possiamo dire che tale simbolismo si manifesta in tre complessi solidali e complementari: 1) nel centro del mondo sta la “Montagna sacra”, ivi si incontrano la Terra e il Cielo;
2) ogni tempio o palazzo, e per estensione ogni città sacra e residenza regia, sono assimilati a una “Montagna sacra”, e quindi promossi a “Centro”;
3) il tempio o la città sacra, essendo luoghi attraversati dall’Axis mundi, sono considerati a loro volta punto di congiungimento fra Terra e Cielo (…) La tradizione buddhistica ci presenta una concezione identica. (…) In una parola, tutti i simbolismi e tutte le assimilazioni passati ora in rassegna dimostrano che l’uomo, per diversi che siano, qualitativamente, lo spazio profano e lo spazio sacro, può vivere soltanto in uno spazio sacro di questo genere e quando lo spazio sacro non gli si rivela attraverso una ierofania, lo costruisce applicandogli i canoni cosmologici e geomantici.

Ed ecco che si passa da una situazione assolutamente profana (una «canzoncina» dei Beatles di grande successo nell’estate del 1963) a una trance mistica: «Riti di purificazione dentro stati di Gioia (Om) senza Luce né Oscurità». Questi versi -e in particolare la clausola: «Gioia senza Luce né Oscurità»- sono coerenti con altri versi cantati da Battiato dove si precisa che è necessario andare oltre «il transito dell’apparente dualità» per «cercare l’Uno al di là del bene e del male». Di nuovo è una posizione classica. «Il Dualismo è, per René Guénon,» (e, possiamo aggiungere, per ogni riflessione mistica) «un errore metafisico intrinseco… L’Unità del Principio è una legge assiomatica fondamentale, una base dottrinale intangibile comune a tutte le tradizioni autentiche… Così possiamo capire che il Dualismo non solo è un errore ma, inoltre, il segno di una grave incomprensione teorica; non dimentichiamo che la definizione più schietta di assoluto è, secondo la Tradizione primordiale, appunto il suo carattere non duale, la sua “non dualità”». Molte cose da osservare in quest’ultimo passaggio e qui ci è da guida, come spesso, la sapienza di René Guénon, un antico «compagno» di Battiato.
Importante in primo luogo riportare la definizione di rito proposta da Guénon: «i riti hanno sempre lo scopo di mettere l’essere umano in relazione… con qualcosa che trascende la sua individualità ed appartiene ad altri stati di esistenza». Infine da ricordare, per illustrare ancora l’amore di Battiato per una lettura tradizionale dei riti, la sua intensa, e significativa fin dal titolo, Messa Arcaica e da qui l’autodefinizione, precedentemente già ricordata, di «cantautore arcaico», e, per inciso, rammentiamo che Voglio vederti danzare del 1982 è sostanzialmente una riflessione sui riti dei Sufi e dei Derviches Tourneurs. Siamo più volte tornati sul tema dell’importanza del sufismo per Battiato e per un approfondimento rimandiamo alle opere di Gabriel Mandel, amico e maestro di Battiato, tra cui almeno Storia del sufismo, dove si parla esplicitamente di Battiato, e La via al sufismo.

Afferma Battiato: «Ho fatto un cammino che penso sia un classico: ho cominciato a leggere testi di filosofia indiana, poi sono approdato al misticismo orientale, finché ho scoperto il sufismo che è la corrente mistica dell’Islam». Alla luce di tutto questo possiamo ulteriormente affermare che il senso della canzone è quello di ribadire la necessità per ogni uomo di un percorso di purificazione e perfezionamento («Avrai o no un progetto per la tua vita» ci si chiede sempre nello stesso disco), una tensione che certamente è centrale nel pensiero religioso e artistico di Battiato. Infatti per Battiato «siamo esseri immortali / caduti nelle tenebre, destinati a errare / nei secoli dei secoli fino a completa guarigione (…) siamo angeli caduti in terra dall’eterno, / senza più memoria: per secoli, per secoli / fino a completa guarigione». Questi versi sono tratti da Le sacre sinfonie del tempo (1991), dove oltre al tema della reincarnazione, si parla di guarigione, ovvero di quello che in Stati di gioia Battiato chiama più propriamente «riti di purificazione». Guarigione (e purificazione) da che cosa?
«Dalla catena di reincarnazioni?» chiede Pulcini e questa la precisa risposta di Battiato: «Sì, e anche da quanto stavamo dicendo. Si guarisce dalla perversione, dal perseverare nell’errore. Le ‘sacre sinfonie del tempo’ aiutano a guarire lo spirito. Per entrare in certe zone bisogna essere puliti, altrimenti non ci si può entrare. Come un cammello in una grondaia parla del dolore terreno. C’è un’espressione, ‘gli inutili dolori’ che amo particolarmente: alcuni sono veramente inutili». Allora, se la gioia è quest’armonia con il nostro destino profondo, possiamo capire i termini nei quali Battiato precisa il suo ruolo, tanto sul piano umano quanto su quello artistico: «il mio ruolo è questo: attraverso la musica invio certi messaggi diretti alla vita interiore e cerco di creare interesse verso una certa ricerca». Una ricerca, non un’ortodossia di partito, setta o chiesa.

Battiato: Alla fine della nostra vita non conteranno le nostre prestazioni e le opere compiute. Non ci verrà chiesto se eravamo cattolici o protestanti o cos’altro. Le testimonianze di esperienze di pre-morte ci dicono che prima di tutto, e soprattutto, dovremo chiederci quanto abbiamo amato. Nulla è permanente, niente è duraturo, ma questo è proprio ciò che noi esseri umani non riusciamo ad accettare.

Parlare brevemente del Buddhismo è, come già detto, una follia, frutto di una presunzione ignorante, o, tout court, un insulto razzista. Qui intendiamo solo segnalare quale può essere stata la prospettiva di lettura del Buddhismo da parte di Battiato all’interno di questa canzone. Il nostro intento è cioè meramente informativo e per questo affidato ad alcune lunghe citazioni di specialisti del settore. Proseguiamo dunque con la speranza di non essere frantesi ma al contrario compresi nelle nostre rispettose intenzioni, delle quali è segno, crediamo preciso, il titolo di questa breve Appendice.

«“Tutto è effimero, tutto è dolore” aveva proclamato Buddha e questo è un leitmotiv di tutto il pensiero religioso post-upanishadico… il loro valore sta nel liberare l’uomo dal dolore. (…) La scoperta di questo dolore universale non conduce tuttavia al pessimismo (…) La rivelazione del dolore come legge dell’esistenza può essere invece considerata la conditio sine qua non della liberazione (…) La certezza che esiste un mezzo per ottenere la liberazione -certezza comune a tutte le filosofie e mistiche indiane- non può, infatti, condurre né alla disperazione né al pessimismo. La sofferenza è -non possiamo dubitarne- universale ma quando si conosca il mezzo per liberarsene, non è definitiva (…) liberarsi dalla sofferenza, questo il fine di ogni filosofia e tecnica meditativa indiana (…) La letteratura indiana si serve frequentemente delle immagini di legame, incatenamento, prigionia… per indicare la condizione umana e, al contrario di immagini di liberazione… o di risveglio… per esprimere… la libertà, la liberazione. Lo scopo del Buddhismo è la purificazione dei tre costituenti dell’essere umano, il corpo, la parola, la mente, dalle afflizioni che, con la loro rete di illusioni, impediscono la visione della realtà. (…) Alla luce di questi principi potremmo dire che i Tibetani ereditarono la via che conduce alla liberazione grazie all’esperienza della vacuità (sunyata) fecondata dalla compassione (karuna) di tutti gli esseri. Dallo stesso contesto trassero ancora le elaborazioni filosofiche che postulano il reale come inesistente, in quanto tutto ciò che appare è vacuità. (…) La Maitri Upanishad (IV,2) paragona chi è ancora immerso nella sua condizione umana a uno che è ancora legato alla catena… del bene e del male (…) L’uomo patisce le condizioni di questa ignoranza fino al giorno in cui scopre che la sua appartenenza al mondo è solo apparente (…) Si potrebbe affermare che, dopo le Upanishad, il pensiero religioso indiano identifica la liberazione con un risveglio… La liberazione, la vera scienza, è equivalente a un risveglio e il risvegliato per eccellenza è il Buddha. (…) La conoscenza costituisce semplicemente un risveglio che svela l’essenza del Sé ed essa non può nascere dall’esperienza ma da una specie di rivelazione, in quanto rivela istantaneamente la realtà ultima».

In coerenza a tutto questo, se dovessimo proporre un’antologia, la potremmo anche intitolare Percorsi iniziatici: da Dante a Battiato e Sgalambro; diviene necessario così ricordare ancora, almeno, un’ultima canzone: «Resisterà alle dolci lusinghe la Fortezza Bastiani? / Bugiardi imbonitori l’assediano / con violenze degne di Tamerlano / Resisterò andando incontro al piacere / ascoltando il respiro trattenendo il calore / su un’altra forma d’onda intonerò il mio pensiero / Ho camminato girando a vuoto / senza nessuna direzione / mi tiene immobile nei limiti / l’ossessione dell’Io / Mi ritrovai seduto su una panchina al sole di febbraio / un magico pomeriggio dai riflessi d’oro / e mi svegliai con l’aria di pioggia recente / che aveva lasciato frammenti di gioia»; infine, segnaliamo l’importanza delle parole ricorrenti e contrapposte, «vuoto» e «gioia».

La Stampa, 11/12/2014
Lode all’inviolato (1993)
Io chi sono? (2006)
Nelle pagine seguenti seguiremo in particolare la prospettiva di Battiato. Nondimeno, come spesso nelle canzoni di Battiato-Sgalambro, è possibile rintracciare alcuni germi del percorso genetico della canzone nei libri di Sgalambro. Ad esempio in Anatol troviamo: «Da alcuni suoi appunti sulla gioia (…) La gioia segna il prevalere di un flusso vitale che dilaga inarrestabile… essa sorge come se, a un tratto, dovesse condurre fuori dal mondo… ma indica forse solo la piena espressione del sentimento vitale» (pp. 119-120 e passim).
Giovanni 8,32
cfr. Oscar Botto, Buddha e il Buddhismo, Mondadori, Milano 1974-2001, pp. 161, 86, 94 e passim. Non si può parlare del Buddhismo in una nota o in una breve appendice o in qualche riga. Non è però questo il nostro intento. Qui, e nell’appendice a questo breve commento a Stati di gioia, vogliamo solo dare una prospettiva di lettura coerente con quanto scrivono Battiato e Sgalambro. Quale prospettiva? La liberazione dagli «inutili dolori» attraverso un percorso di conoscenza. È questo anche, a nostro avviso, il punto in cui si incontrano, in maniera libera e creativa, i principi etico-religiosi di Franco Battiato e le «idee empie e teologiche» di Manlio Sgalambro. Con la speranza di essere compresi nei nostri limiti e nella nostra buonafede proseguiamo nella nostra analisi.
Andrea Morandi, Rockstar, 2007; cfr. A. La Posta 2010, pp. 275 e 285; per un approfondimento del verso di Battiato che ricorda «Riti di purificazione dentro stati di Gioia» si veda il capitolo intitolato, appunto e non a caso, “Riti di Purificazione” in AA. VV., India. Storia delle Religioni, la Repubblica, Roma, 2005, pp. 396-404 e 488
Russo Angelo e Panizza Maria Grazia, La Stampa, 1/5/2014
in Sogyal Rinpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire, trad. it. Ubaldini, Roma, 1994, pp. 42 e 366, dove si rimanda a Samadhirajasutra e ad altre traduzioni occidentali
cfr. Il Giornale di Vicenza, 9/2/2007
«Alla stesura dei testi ha collaborato ancora Manlio Sgalambro: è intervenuto con tutta la libertà che può avere un filosofo. Io da musicista scelgo i passaggi e faccio taglia e cuci» (Archivio articoli – Kirtan Yoga, 2013; «Il cantautore Franco Battiato, a sei anni dal suo ultimo album di inediti, torna con Apriti Sesamo»). La dichiarazione, come abbiamo più volte visto, vale per tutta la loro produzione e non solo, naturalmente, per il loro ultimo lavoro e cade qui opportuno ricordarla per comprendere certi «scarti» della loro scrittura solo apparentemente dissonanti. O meglio legati al senso profondo di quanto si sta dicendo.
Gianni Sibilla, Rockol, 12/9/2002
Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino, 2008, pp. 14 e ss., 333 e passim
cfr. M. Eliade, op. cit., pp. 340-347; con modifiche; per un’applicazione del concetto di «ierofania» alla letteratura si veda Luca Orsenigo, L’ossessione dell’assoluto. Epifania del sacro nella letteratura italiana contemporanea, Tirrenia, Torino 1990, significativo fin dal titolo.
She Loves You è una canzone scritta da John Lennon e Paul McCartney e pubblicata come singolo dai Beatles nel 1963. Il disco ha stabilito diversi primati nel Regno Unito e uno anche negli Stati Uniti essendo una delle cinque canzoni dei Beatles a raggiungere la top five contemporaneamente in quell’anno. Di conseguenza un successo che coinvolse anche l’Italia. La canzone ha valore in quanto opera una «frattura» tra la quotidianità «profana» e il senso profondo delle cose. Non necessariamente tale esperienza è d’ordine religioso ma può anche essere d’ordine solo spirituale. Si ricordino, ad esempio, i versi di Montale: «Forse un mattino andando in un’aria di vetro / arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo / il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me… Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto / alberi case colli per l’inganno consueto / Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto / tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto».
Nomadi (1987) ed E ti vengo a cercare (1988)
cfr. voce Dualismo in J. M. Vivenza, Dizionario Guenoniano, Arkeios, Roma 2002, p. 110 e il capitolo XVII del libro di René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, dove si dice che la parte conclusiva dei Veda, «il Vedanta, essendo puramente metafisico, assume le caratteristiche essenziali di adwaitavada, ovvero di “dottrina della non dualità” e dove si parla, in coerenza crediamo a quanto finora detto, di conoscenza come «liberazione».
cfr. voce Rito in J. M. Vivenza, Dizionario Guenoniano, Arkeios, Roma, 2002, pp. 353-354
cfr. Battiato 1998, p. 38; e si vedano tra i vari saggi del sufi Guénon in particolare “Sufismo” in Tradizione e tradizioni e “L’esoterismo islamico” in Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo
Battiato-Pulcini 1992, p. 95
Battiato-Pulcini 1992, pp. 58, 65-66
Franco Battiato: “Stati di gioia”, una prospettiva di lettura tra induismo e buddhismo (tibetano).
cfr. Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni, Firenze, 1990, volume II, capitolo XVII, pp. 50-53 e 63 e AA.VV., Il Buddhismo tibetano, Xenia, Milano, 1997, pp. 2-3
Fortezza Bastiani (2004); cfr. anche nostro commento

Ancora una volta la canzone presenta il racconto di un percorso iniziatico e di crescita personale verso la salvezza e la liberazione («la Gioia»); ovvero, e più precisamente, la canzone è il racconto di un percorso di liberazione dalle «ossessioni dell’Io e del Potere». Non solo, ma la canzone, oltre ad essere un «rito di purificazione» e di «guarigione», contiene anche una promessa: che la gioia autentica che si può scoprire in terra è una premessa/promessa, in terra, di quella che sarà, dopo la vita, uno «stato di Gioia» assoluto. La Gioia è cioè l’incontro con Dio o, in termini più laici, con una corretta visione della realtà o con ciò che è davvero «reale».
Preciseremo il tutto, ma intanto uno stralcio di un’intervista che ritengo chiarificatrice e una parafrasi fededegna:

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