Shackleton

Questa canzone mi pare rechi una traccia di comprensione nel modo in cui è stata composta, ovvero realmente a due voci e con due diverse tensioni, ovvero una storica e reale, e una cosmica e metafisica.

Iniziamo dalla voce di Sgalambro che introduce la vicenda e che ha un taglio apocalittico e non cronachistico. E in effetti la dimensione di quello che dice è totalmente metafisica. Si parla, infatti, come spesso in Sgalambro, di «catastrofe psicocosmica» e della necessità di vigilare con attenzione su quanto accade.

Ma cosa davvero intendono i nostri autori con la locuzione «catastrofe psicocosmica»? Credo, ed ecco il riflesso psicologico e soggettivo, che significhi che la storia contemporanea (ad esempio l’epopea di Shackleton ma anche la nostra vita e quella di chiunque altro, anche dei cani di Shackleton) vada compresa e giudicata alla luce della fine del mondo. La massima che viene proposta è «Agisci come se fossi contemporaneo della fine del mondo», agisci sempre come se fossi di fronte «alla luce di questo immenso lampo finale», al «lampo accecante di un sole che si spegne».

Dunque

la fine del mondo è qui data in un’esperienza di contemporaneità… per chi fa quest’esperienza le differenze temporali si disfano. (Pertanto) ogni azione diventa etica o resta confinata nella malvagità, proprio in quanto si rapporta alla fine del mondo. Da qui deriva la sua nobiltà e il senso di una superiore necessità. L’agire acquista il suo senso cosmico in quanto si collega alla fine del mondo. Per colui che sente come il mondo sia finito e le stelle si stiano già spegnendo, stringersi all’altro, nel senso di una superiore comunità, è il grande fatto etico. È come se ci abbracciassimo in un addio lunghissimo ma inevitabile.

Questa è dunque la prospettiva complessiva in cui va vista ogni nostra vicenda anche personale e il luogo dove va collocato quello che possiamo definire l’orgoglio e l’onore di «appartenere alla razza» (come si dice in Un vecchio cameriere). O come afferma Battiato direttamente in un’intervista alla quale era presente Sgalambro: «Secondo me, almeno per come concepisco la vita, un uomo ha il dovere di alzare il tiro, anche al di sopra delle sue possibilità, anche se poi non ce la fa. È un dovere di razza».

Venendo più precisamente all’esploratore inglese E. H. Shackleton (1874-1922) è da notare che Battiato dichiara di avere letto vari libri e diari sui suoi viaggi e che «l’ispirazione della canzone viene dalla mia biblioteca».

Ma va anche osservato che «l’eroico capitano» Shackleton è citato in un testo di riferimento costante per gli «apocalittici» Sgalambro e Battiato quale è La terra desolata di T. S. Eliot. Scrive il grande poeta anglo-americano nelle note al poemetto: «I versi seguenti sono stati suggeriti dalla relazione di una delle spedizioni antartiche… penso che fosse una di Shackleton».

Passando però ora al riferimento più forte, e quindi al significato complessivo, mi pare evidente, anche se non esplicitato ma implicito in quanto finora ricostruito, che Shackleton è presentato dai due autori come un nuovo Ulisse che sfida l’ignoto per quell’«eroismo» che contraddistingue l’uomo in generale e l’uomo Shackleton in particolare. Per inciso, per Battiato e Sgalambro esiste anche un eroismo meno estremo fatto di «piccoli gesti quotidiani»: «ed è in certi sguardi che si intravede l’infinito», da Tutto l’universo obbedisce all’amore (2008). Dichiara in questo senso Sgalambro: «Nello spirito vi sono ancora continenti da conquistare, scoperte e grandi viaggi».

Per quello che riguarda Ulisse, il richiamo è ulteriormente giustificato da quella che ritengo una criptocitazione ovvero il noto passo di Dante: «Su un piccolo battello, con due soli compagni, navigò» sta a: «Sol con un legno e con quella compagna picciola… de’ remi facemmo ali al folle volo» così come «Fatti non foste a viver come bruti ma per servir virtute e canoscenza». Tutto questo è certo alla radice di un altro passo di Sgalambro con il quale chiudiamo questa nota (seguiranno poi alcune ulteriori precisazioni e traduzioni come in un’ideale appendice): «Le menti impigrite vivacchiano e le praterie sconfinate sembrano solo appannaggio di mandrie. Su vai, intrepido, sogna leoni, grandi pensieri improvvisi e lascia, per due o tre, qualche traccia per il loro cammino».

Di seguito riportiamo la traduzione dei versi in tedesco della seconda parte del testo, intitolata Il ricordo:

ben illustrate dall’epigrafe: Un viaggiatore di continenti o un viaggiatore stellare costui? (De mundo pessimo, p. 117)
«sentinella che vedi?» che è dalla Bibbia, Isaia 21,11 e che diviene, in altri testi di Sgalambro, «una sentinella tremante», cfr. La morte del sole, p. 174 ma anche pp. 66, 96, 148
Ricordiamo che il primo libro di Sgalambro s’intitolava appunto con la locuzione reiterata e significativa di La morte del sole.
De mundo pessimo, pp. 90-91, 110-111, 115-116, 121, 125; cfr. anche Anatol, pp. 65-67; La morte del sole, pp. 86 e 104
Un vecchio cameriere, 1995
cfr. Battiato-Giustini, 1999, p. 10
cfr. La Stampa, 24/9/1998; cfr. anche Caffè Letterario, 14/5/1999: «Mi hanno regalato e sto leggendo Endurance: l’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud di Alfred Lansing»
La terra desolata, cfr. vv. 360 e ss, trad. it. Feltrinelli, p. 68
cfr. De mundo pessimo, p. 31
Inferno, canto XXVI
Inferno, canto XXVI, vv. 101-102
Inferno, canto XXVI, v. 125; questo secondo passo è stato esplicitamente richiamato in Testamento (2012)
De mundo pessimo, p. 31; ma cfr. anche Anatol, p. 85
cfr. La morte del sole, pp. 63, 101 e 197
Anatol, p. 117, ma anche pp. 85 e 149
De mundo pessimo, pp. 88 e 124
Dialogo sul comunismo in Del pensare breve, p. 79
«manifesto funebre», dall’album Pollution (1972)
Teoria della Sicilia da Il cavaliere dell’intelletto
Trascrizione dei vocalizzi: Ùseg rep, odarg omiseudatnattes, odarg omiseudatnattes, irtem atnattesotnecert! Tsevo-dron osrev, dron osrev, dron osrev. tsevo-dron osrev, dron osrev! – che si leggono: «usej rep, odarg omiseudatnattes, odarg omiseudatnattes, irtem atnattesotnecert! tsevodron osrev, dron osrev. tsevodron osrev, dron osrev!» e significano: «Verso nord, verso nord-ovest. Verso nord, verso nord-ovest! 370 metri, 72° grado, 72° grado per Gesù!».

Questa canzone mi pare rechi una traccia di comprensione nel modo in cui è stata composta, ovvero realmente a due voci e con due diverse tensioni ben illustrate dall’epigrafe, ovvero una storica e reale, e una cosmica e metafisica.

Iniziamo dalla voce di Sgalambro che introduce la vicenda e che ha un taglio apocalittico e non cronachistico. E in effetti la dimensione di quello che dice è totalmente metafisica. Si parla, infatti, come spesso in Sgalambro, di «catastrofe psicocosmica» e della necessità di vigilare con attenzione su quanto accade.

Ma cosa davvero intendono i nostri autori con la locuzione «catastrofe psicocosmica»?

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Stille Dämmerung

Der garten ist gefrohren

Die Rosen erlitten

Sage mir warum

Sage mir varum

in einem verlorenen Garten

Sage mir warum

deine Stimme hören

Sage mir warum

schweige bitte nicht

Crepuscolo silenzioso

Il giardino è gelato

Le rose sofferenti

Dimmi perché

Dimmi perché

In un giardino perduto

Dimmi perché

Ascoltare la tua voce

Dimmi perché

Per favore non tacere.

Come in parte già detto, preciso che la parola «catastrofe» è centrale nell’opera di Sgalambro; ad esempio ne La morte del sole -titolo ben significativo- troviamo «catastrofi cosmico-storiche», «eventi cataclismici», «catastrofe finale»; in Anatol, «indagatore di catastrofi»; e in De mundo pessimo, ma in effetti anche in tutto il grande Dialogo sul comunismo dove troviamo teorizzata e fondata una lampeggiante «etica della catastrofe».

Non diversamente, tutto questo è presente in Battiato almeno a partire dallo strano «manifesto funebre» che Battiato aveva incluso nell’album Pollution del 1972 e che parlava «del ritmo magnetico sole-terra, per poter deviare l’umanità dalla catastrofe in cui sta per precipitare». Lo trascriviamo quindi integralmente anche perché poco conosciuto:

AVVISO: il 14 settembre 1972 in una località della Francia, si è tenuta un’assemblea di quasi tutti i Centri Internazionali Studi Magnetici i quali hanno rilasciato il seguente comunicato: il 12 settembre 1972 ad Imola (BO) Italia, è stato inaugurato il più grande stroboscopio magnetico esistente sul globo terrestre ed ha già dato esiti positivi. Da questi primi risultati positivi si è venuti alla determinazione di eseguire in data da destinarsi, un nuovo esperimento così concepito: 18.000 persone provenienti dai nostri centri di studi magnetici dislocati in tutte le parti del mondo (scienziati, tecnici, collaboratori, ecc. ) si spargeranno su tutto il suolo italiano e con apparecchiature magnetiche eseguiranno concordemente fra di loro l’esperimento di bloccare per 24 ore tutti i veicoli a motore a scoppio e diesel circolanti in Italia. Questo secondo esperimento di portata mondiale servirà a far conoscere, riflettere e far prendere in considerazione, il principio del ritmo magnetico sole-terra, per poter deviare l’umanità dalla catastrofe in cui sta per precipitare. Imola, 25 settembre 1972

Riportiamo anche il passo intitolato Teoria della Sicilia tratto da Il cavaliere dell’intelletto:

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi ogni isola attende impaziente di inabissarsi una teoria dell’isola è segnata da questa certezza un’isola può sempre sparire entità talattica essa si sorregge sui flutti sull’instabile per ogni isola vale la metafora della nave vi incombe il naufragio il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione l’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale la volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere egli vive come chi non vorrebbe vivere la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda vanità delle vanità è ogni storia la presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali nel suo taedium storico fattispecie del nirvana la Sicilia esiste solo come fenomeno estetico solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.