Personalità empirica

Personalità empirica è un inno alla ricerca di «nuovi spazi sconosciuti», per conoscere nuovi «stati di coscienza». Dalla coscienza dei propri automatismi (termine piuttosto bergsoniano), e dalla sopraffazione della «joie de vivre» da parte dei dolori, nasce una spinta a liberarsi da ogni meccanicismo e, pirandellianamente, dall’inganno dell’esistenza che provoca null’altro che dolore. In breve: uscire dal sé per (ri)trovare il sé. Opportuno però, per iniziare la nostra riflessione su questa canzone-trattato, proporre in primo luogo la traduzione dal francese dei passi che costellano il testo.

La canzone si apre sulle note del celeberrimo Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore, op. 23 di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1874-1875).
«Che voglia di cambiare che c’è in me, si sente il bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalle regole comuni, da questa falsa personalità», Segnali di vita (1981)
«Organizza la tua mente in nuove dimensioni, / libera il tuo corpo da ataviche oppressioni», New frontiers (1980)
cfr. commento a Magic shop, 1979
L’insegnamento di Gurdjieff, L’Astrolabio, Roma, 1976, pp. 18-19, 29, 57-58, 67
cfr. ibidem, p. 15
cfr. ibidem, p. 27
cfr. ibidem, p. 64
«Quando non coincide più l’immagine che hai di te / Con quello che realmente sei (…) / Ti viene voglia di cercare spazi sconosciuti / Per allenare la tua mente a nuovi stati di coscienza»
Anatol, pp. 119-120 e passim
Catullo, Carme V, «nobis, cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda»

Personalità empirica è un inno alla ricerca di «nuovi spazi sconosciuti», per conoscere nuovi «stati di coscienza». Dalla coscienza dei propri automatismi (termine piuttosto bergsoniano), e dalla sopraffazione della «joie de vivre» da parte dei dolori, nasce una spinta a liberarsi da ogni meccanicismo e, pirandellianamente, dall’inganno dell’esistenza che provoca null’altro che dolore. In breve: uscire dal sé per (ri)trovare il sé. Opportuno però, per iniziare la nostra riflessione su questa canzone-trattato, proporre in primo luogo la traduzione dal francese dei passi che costellano il testo.

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Il faut abandonner la personalitè pour retrouver votre ‘je’ / Changer dame cheval et chevalier / Changer d’habit baton et penseé / (retiens la nuit pour nous deux jusqu’à la fin du monde).


Quand l’image que tu as de toi ne coincide plus avec ce que tu es réellement / Quand tu commences à hair les automatismes de ta façon d’agir / Et quand les chagrins prennent le pas sur la joie de vivre, / Avec les peines que nous apporte l’existence, / Et tu vas chercher des espaces inconnus, / Pour une nouvelle conscience.

Dovete abbandonare la personalità per ritrovare il vostro ‘io’ / Cambiare dama cavallo e cavaliere / Cambiare abito bastone e pensiero / (trattieni la notte per noi due fino alla fine del mondo).

Quando l’immagine che tu hai di te non coincide più con ciò che tu sei realmente / Quando cominci ad odiare gli automatismi della tua maniera d’agire / E quando i dolori prendono il sopravvento sulla gioia di vivere / con le pene che ci provoca l’esistenza / e tu vai a cercare degli spazi sconosciuti, / per una nuova coscienza.

Poi è da notare che nella canzone non si intrecciano solo le lingue ma anche la sapienza psicologica e religiosa («dovete abbandonare la vecchia personalità per riscoprire il vostro vero io») con quella più propriamente filosofica. Infatti se i versi che dicono «quando l’immagine che hai di te non coincide più con ciò che tu sei realmente» rimandano probabilmente alla gnoseologia kantiana ben conosciuta da Sgalambro, è però anche vero che il substrato filosofico più rilevante è quello che si riconnette a Gurdjieff, grande maestro di Battiato.
Per inciso, e come provvisoria esemplificazione di questo vastissimo argomento parallelo, possiamo ricordare alcune delle locuzioni e concetti che da Gurdjieff passano in Battiato con o senza Sgalambro: «l’Egitto prima delle sabbie», «centro di gravità permanente», «organizza la tua mente in nuove dimensioni», «la luna scende i gradini per prendermi la vita», «shock addizionali», «nuovi stati di coscienza», ecc. (cfr. New frontiers, Chan-son egocentrique, Shock in my town, Personalità empirica, ecc.).
O possiamo ricordare che il Caffè de la Paix immortalato nella canzone omonima era il caffè dove Gurdjieff incontrava, a Parigi, i suoi discepoli… o il legame evidente, in un’opera complessa e fortemente esoterica come Genesi, tra la vicenda narrata e gli insegnamenti del «Maestro armeno» (cfr. Pomponi, 2005, pp. 81-135).
Utile allora riportare quanto Walker scrive citando le parole di Uspenskij, grande collaboratore e seguace di Gurdjieff stesso, sul metodo principale utilizzato dal maestro:

Il nostro lavoro (di conoscenza di noi stessi ndr.) deve iniziare abbandonando l’idea che conosciamo noi stessi e scoprendo quello che realmente siamo. Questo era un preliminare necessario per diventare qualcosa d’altro se, dopo esserci conosciuti un poco meglio, non apprezzavamo alcune delle cose che avevamo visto.

Inoltre Uspenskij nella sua elaborazione dei principi e concetti assorbiti da Gurdjieff riceve anche quello del meccanicismo dell’uomo, che non possiede volontà ma è una macchina preda del mondo esterno che lo plasma, in quanto dotato di un controllo su di sé minimo o nullo.
Dunque diviene necessario cercare «spazi sconosciuti» cioè funzionali alla scoperta e all’esperienza di una nuova coscienza. L’uomo si sveglia dal sonno che la sua coscienza vive ogni giorno solo quando non vuole più essere schiavo delle proprie sofferenze, alle quali è morbosamente (nevroticamente) attaccato. Cioè soltanto quando, dice Gurdjieff con un’allegoria, giunge allo stato superiore dell’autoricordo. Qui infatti possiamo esercitare un qualche controllo sulle nostre reazioni meccaniche e sulle nostre emozioni. Nel nostro consueto stato di sonno siamo invece cocchieri privi di redini con cui controllare i cavalli. Dove il cocchiere è la mente, le redini sono strumenti, i cavalli le emozioni. Dobbiamo dunque abbandonare l’idea che conosciamo noi stessi e scoprire ciò che realmente siamo, perché in preda alla paura della nostra precarietà, giustifichiamo ogni nostra azione, pensiero e sentimento pretendendo di aver ragione mentre gli altri avrebbero torto. È proprio questo, presumibilmente, il senso dell’espressione «l’immagine che hai di te / non coincide più con quello che realmente sei».

L’uomo è una macchina che reagisce ciecamente alle forze esterne, esso perciò è privo di volontà ed esercita un controllo minimo o nullo su di sé. Ciò che dobbiamo studiare non è psicologia –giacché questa è adatta soltanto per l’uomo sviluppato– ma meccanica.

Insomma, la natura dell’uomo è meccanica ed egli vive a un basso livello di coscienza. Ribadiamo che tutte queste sono idee fondanti della dottrina di Gurdjieff, e l’ultima in particolare intende riferirsi all’esistenza di quattro stadi di coscienza dell’uomo. Noi uomini ne conosciamo soltanto due, uno è il sonno e il secondo quello che viviamo di giorno, lo stato «semi-desto». Vi sono poi due stadi superiori a questi: il terzo è l’«auto-ricordo» o autocoscienza, il quarto e più alto è la «Coscienza Oggettiva», o «Coscienza Cosmica». Walker scrive che si possono avere sprazzi di questi due stadi solo in casi sporadici e particolari. In particolare, pare questo lo stadio auspicato da Battiato e Sgalambro nella canzone, ma è necessario cercare di raggiungere prima gli altri.
Quanto più basso è il livello di coscienza, prosegue Walker, tanto più cieche e meccaniche diventano le nostre azioni. Ed «è soltanto in uno stato superiore di coscienza che un uomo può vedere se stesso e le cose intorno a lui quali realmente sono, e non semplicemente come egli immaginava che fossero». L’autocoscienza si raggiunge solo dopo anni e anni di «paziente e doloroso studio di sé».
In merito alla questione degli stati di coscienza, occorre tuttavia prendere in considerazione un altro possibile significato che propone la riflessione di Gurdjieff: per «stati di coscienza» si può intendere infatti anche semplicemente uno stato «normale» rispetto alla realtà e un altro «alterato» che tuttavia può riuscire di fondamentale importanza per capire la realtà stessa del sé e di come si percepisce davvero il mondo intorno a sé. In questo caso, bisogna partire dal concetto gurdjieffiano di «Essenza e Personalità».
Quest’ultima, non a caso, è una delle parole costituenti il titolo della canzone stessa, Personalità empirica, l’altra parola invece rimanda probabilmente, a Kant per il complessivo coté kantiano di Sgalambro. Kant infatti definiva «empirica» la massa e il materiale dell’esperienza mentre chiama a «priori» le condizioni dell’esperienza stessa (cfr. Anatol, p. 33). Inoltre Sgalambro ricorda più volte che Kant è autore di una «Psicologia empirica» (cfr. La conoscenza del peggio, p. 151).
L’«Essenza», tornando a Gurdjieff, è tutto ciò che abbiamo da quando siamo nati, «la costituzione fisica e fisiologica» e l’«eredità» genitoriale in termini di «potenzialità e tendenze»; è «semplice, gretta e diretta nel comportamento», ed è «la parte più genuina dell’uomo».
La «Personalità» è invece tutto ciò che l’uomo acquisisce «con l’allevamento e l’istruzione», tutto ciò che l’uomo apprende, «tutti i suoi gusti, tutte le sue simpatie ed antipatie», sempre acquisite. D’altra parte è vero che «anche le sue simpatie e antipatie istintive, che erano basate su ciò che per lui era buono o cattivo, nel corso del tempo finivano per colorarsi dei capricci della sua personalità» (cfr. ibidem, p. 63). La Personalità è «talmente complessa da ingannare persino se stessa».

Un uomo può ingannarsi (…) credendo di essere un grande filantropo pronto a sacrificare tutto per il bene degli altri e in realtà non sentire nulla per l’umanità, ma desiderare soltanto di dominare le altre persone. (…)
una donna poteva dar l’impressione di essere una creatura estremamente complessa e sofisticata continuamente alla ricerca di attenzioni, e tuttavia nella sua essenza essere una persona del tutto semplice.

Anche sulla questione della coscienza ci viene in aiuto Walker, spiegandoci che affinché l’Essenza, parte più genuina dell’uomo, possa crescere e quindi far nascere «qualcosa di vero e di nuovo come un Io controllante e permanente», la «Personalità» deve diventare più passiva e l’«Essenza» deve poi essere nutrita con un nuovo tipo di conoscenza.
In definitiva, arrivare all’«Essenza» significa compiere l’autoricordo che Gurdjieff auspicava, eliminando ogni tipo di limitazione e suddivisione «mio-tuo», «prima-dopo», «soggetto-oggetto». In quel momento, si diviene consci di un’unità, una beatitudine dell’essere.
Il pensiero, inoltre, potrebbe adombrare il processo di eliminazione della vanità, causa prima della sofferenza dell’uomo, la rimozione di categorie come atteggiamenti, abitudini di pensiero appunto, e sentimenti che concorrono a formare un individuo, oltre alla scoperta di «sub-personalità» presenti in noi e dei ruoli da noi assunti in diverse situazioni.
Se questa una possibile interpretazione del reticolo di riferimenti della canzone, restano ancora almeno un paio di tracce da seguire. In primo luogo, come spesso nelle canzoni di Battiato-Sgalambro, è possibile infatti trovare germi del percorso genetico della canzone nei libri di Sgalambro. Ad esempio, in Anatol, troviamo:

Da alcuni suoi appunti sulla gioia… la gioia segna il prevalere di un flusso vitale che dilaga inarrestabile… essa sorge come se a un tratto dovesse condurre fuori dal mondo… ma indica forse solo la piena espansione del sentimento vitale.

Infine la citazione in francese «retiens la nuit pour nous deux jusqu’à la fin du monde» («trattieni la notte per noi due fino alla fine del mondo») potrebbe forse venire dal celeberrimo Carme V di Catullo «per noi, quando la breve luce declina, resta solo una notte eterna da dormire». In entrambe le frasi è presente l’ombra dell’eterno: in Personalità empirica si collega al concetto, prettamente sgalambriano, della «Fine del mondo» (basti vedere i richiami a L’ombrello e la macchina da cucire e a Gesualdo da Venosa) mentre nel Carme di Catullo più semplicemente fa riferimento alla morte e alla fugacità della vita.
Ora alcune considerazioni di tipo linguistico/contenutistico che ci aiutano a comprendere meglio il significato di questi versi a confronto.
Il «noi» del Carme di Catullo viene rafforzato in Personalità empirica e diventa «noi due». Direttamente in relazione e mirato al preservare «noi due», è un imperativo ben preciso, quello di accrescere fino all’estremo la lunghezza della notte, rivolto a un tu generico.
In Catullo, la perifrastica del gerundivo ammette l’esistenza della morte e invita, in maniera abbastanza semplice e diretta, a godersi la breve vita, mentre, come crediamo di avere mostrato, molto più complessa e articolata è la posizione di Battiato e Sgalambro.