Niente è come sembra

Iniziamo col riportare il testo della canzone che porremo a confronto con Niente è come sembra, Io chi sono?.

Io sono. / Il cielo è primordialmente puro ed immutabile / Mentre le nubi sono temporanee / Le comuni apparenze scompaiono / Con l’esaurirsi di tutti i fenomeni / Tutto è illusorio privo di sostanza / Tutto è vacuità / E siamo qui ancora vivi di nuovo qui / Da tempo immemorabile / Qui non si impara niente sempre gli stessi errori/ Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre / Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio / Sono una cosa sola inseparabili / La luce si unisce allo spazio in una cosa sola / Io sono. Io chi sono? / La luce si unisce allo spazio in una cosa sola indivisibili / Io sono. Io chi sono?

Questo parallelo è importante in quanto crediamo che queste due canzoni vadano lette insieme e alla luce di una terza che ne costituisce, a un tempo, una parafrasi e una sintesi. La canzone alla quale facciamo riferimento è Conforto alla vita del 2004, significativa fin dal titolo, insieme ai versi che recitano: «Nella sventura non ti colga sgomento (…) sii forte e sereno anche nei giorni dell’avverso fato», dove «fato» è sinonimo di destino. Non è, in effetti, la sola analogia: la canzone nel suo complesso costituisce quasi una prova generale del disco successivo del 2007 e in particolare di queste due canzoni. Allora possiamo dire che le due canzoni che qui stiamo analizzando siano, come la terza, un dialogo pedagogico e di cura all’interno di noi stessi. Il senso è cioè quello di non farsi trascinare dal destino ma mantenere una propria purezza esistenziale perché niente di quello che accade ha davvero valore («tutto è illusorio, privo di sostanza») e «niente è come sembra». Se saremo capaci di spezzare il circolo delle illusioni (quello che induisti e buddhisti chiamano il «velo di Maya») usciremo dalla catena degli «errori», comprenderemo chi siamo davvero, ed entreremo in una nuova dimensione esistenziale, in un autentico «stato di gioia» («Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio / sono una cosa sola inseparabili… indivisibili»).
Sul concetto di «maya», osserviamo che è un termine sanscrito ed è comune a tutto il pensiero religioso indiano, sia hindu che buddhista. Scrive René Guénon ne L’uomo e il suo divenire secondo il Vedānta che «maya, nel suo significato inferiore ed esclusivamente cosmico, (è) la Grande Illusione» ovvero è il velo illusorio che maschera la vera natura dell’Assoluto. «La retta via -disse Buddha- sta nel mezzo (Via Mediana). Il segreto della felicità sta nell’accettarsi così come si è, rinunciando ai desideri, la cui consapevolezza rende infelici non meno della loro realizzazione. Infatti ogni desiderio soddisfatto porta a maturarne un altro ancora più grande. Rinunciare ai desideri significa rinunciare a un’inutile sofferenza. La condizione suprema della felicità è quella del Nirvana, in cui l’uomo è felice pur non desiderandolo, è felice perché ha vinto l’Illusione cosmica (maya)». Scrive Battiato: «Quando tutte le certezze si frantumano si capisce che cosa è maya. Ti trovi di fronte a un incubo. (…) Le crisi servono a cominciare a lavorare -perché si è creduto troppo in una forma di esistenza- e a cominciare a nutrire un’altra forma di vita, più vicina all’essenza per la quale siamo stati creati (…) alla gioia ultima cioè all’abbandono del mondo materico. Perché, come diceva un grande mistico tibetano, “tutto quello che vedi sparirà”». «Sri Bhagavan disse: “Il desiderio costituisce maya, l’assenza di desiderio è Dio. Che importa come e dove ti trovi? Il punto essenziale è che la mente deve sempre rimanere nella sua sorgente».
Una prima conferma logica di questo percorso interpretativo lo abbiamo da un’intervista nella quale si rivolge a Battiato una domanda proprio sul rapporto tra uomo e destino:

Giulia Santerini: Ora stai per girare un film su Beethoven. Perché proprio lui?
Battiato: È partito tutto dalla lettura di un libro sulle disgrazie di questo individuo. Mentre leggevo pensavo tra me e me come sarebbe giusto (far) passare la straordinarietà di questo uomo, le sue lotte con il destino.

In assoluta consonanza con quanto scrive Sgalambro: «Certo, se si deve parlare di cuore, io preferisco quello generoso di Re Lear, che lo portò alla rovina, a quello prudente e lungimirante di chi raddoppia i suoi beni. Come Lear io vi dono tutto quello che ho, amici… così mi ritroverò solo nella landa in tempesta come quel vecchio pazzo».
Fermo questo, in Niente è come sembra (una frase che, come approfondiremo di seguito, è attribuita, anche da Battiato, al magistero del Buddha) due sono i concetti particolarmente notevoli. Il primo è la consapevolezza che «tutto è vacuità» (anche questa è una parola-chiave del Buddhismo e dell’intero disco, non a caso intitolato Il vuoto), e il secondo è la forza del «nonostante» che è la dimensione concreta del nostro impegno umano. Analogo il senso ultimo di Io chi sono? che, mostrato nuovamente lo svanire di tutte le cose e persino della nostra identità, ribadisce una possibilità di resistenza, di «luce» e di gioia con un fortissimo «però»:

«Le comuni apparenze scompaiono / con l’esaurirsi di tutti i fenomeni. / Tutto è illusorio privo di sostanza / Tutto è vacuità… Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio / Sono una cosa sola inseparabili / La luce si unisce allo spazio in una cosa sola… indivisibili.

Dato il senso generale, molte le cose da osservare analiticamente e tra queste, in primo luogo, il rapporto, fortissimo, di queste canzoni con quello che possiamo definire un coté, un substrato buddhistico. «Dice il Buddha: “Vedete ogni cosa così / come un miraggio, un castello di nuvole / come un sogno, un fantasma. / Tutto è privo di essenza (…) Vedete ogni cosa così / come un’eco prodotta da musiche, suoni e pianti… Ma in quell’eco non vi è alcuna melodia… Vedete ogni cosa così: / come un mago che suscita per illusione / cavalli, buoi, carri e ogni altra cosa / Ma niente è come appare».
Scrive Battiato: «Per alcuni Dio appartiene principalmente al passato, per altri al futuro, per quelli che vengono detti mistici il divino è primordialmente presente», con rimando al verso «Il cielo è primordialmente puro ed immutabile», dove dunque «il cielo» va inteso non tanto come Dio quanto come il Divino; una sfumatura non banale ed anti-antropomorfica sulla quale insiste Battiato in diverse occasioni. Ad esempio Battiato si scaglia con ironia contro la rappresentazione del divino come «un dio come quello degli spot televisivi»; per una corretta rappresentazione della Divinità si veda invece per Battiato La polvere del branco (2012), su cui torneremo.
Conferma Battiato: «Importante anche il film che riprende un verso della canzone Niente è come sembra, dal titolo ispirato a una frase del Buddha. Tutto il film, infatti, è un dialogo teologico». E un «dialogo teologico», sul senso ultimo della vita e del mondo, ci pare corretto definire anche il combinato disposto delle due canzoni che stiamo analizzando.
Ferma questa ampia «prospettiva teologica» sulla quale torneremo, riteniamo opportuno, in primo luogo, proporre, al posto della consueta rigida parafrasi esplicativa e critica, un articolato reticolo di interventi lucidi e coerenti di Battiato che ne costituisce un più vasto approfondimento logico concettuale. In tutte queste interviste, vediamo infatti come le concezioni della vita e del mondo espresse in queste due canzoni siano qualcosa di profondamente radicato in Battiato e costitutivo del suo modo di essere artista e uomo. Inoltre il dettato sapienziale di Battiato e Sgalambro è nel suo complesso limpidissimo come anche sono evidenti le loro ascendenze religiose e culturali.
Afferma Battiato:

L’individualità è mortale, il Tutto è eterno. (…) I tibetani ne parlano da oltre mille anni. Giordano Bruno, più di cinquecento anni fa, parlava di un mondo dai bordi sconfinati, multi-universo, dove le barriere tra fisico e oltrefisico, materia e vuoto, mente e cosmo sono cancelli mobili. Che si spostano di continuo. Noi per arrivarci abbiamo dovuto aspettare l’arrivo di Einstein (…) Nulla è come sembra. Siamo infiniti ed eterni quanto il cosmo. In realtà siamo prigionieri delle nostre abitudini, paure e potenti illusioni. Dunque non riusciamo a considerare di essere parte di un tutto universale. (…) Nessuno di noi muore mai: ciò che facciamo è solo passare da uno stato all’altro. Per gli straordinari mistici tibetani morire è un’opportunità e all’appuntamento fatidico possono realmente arrivare con la gioia nel cuore. Posso dire che questa condizione non si raggiunge facilmente: occorre molta saggezza per conquistarla. (…) Questi grandi mistici dissolvono il loro corpo grossolano nella natura ultima, vacuità, senza residui. (…) La dimensione divina ha vari piani e livelli. (…) Dio è inavvicinabile. (…) Sino all’ultimo gradino, se uno è affetto dall’arroganza e dall’avidità suggerite dall’ego, responsabile di chiudere la strada al ritorno alla nostra natura divina, uno può ricadere e tornare indietro. (…) I buddhisti tibetani hanno un’idea molto chiara su cosa succede agli uomini dopo la morte. Il Bardo è il passaggio, quindi avremo tante possibilità di non tornare su questo pianeta e cominciare il viaggio in altre galassie.

E in coerenza:

Ivan Casilli: Niente è come sembra, niente è come appare perché niente è reale. Ci spiega?
Battiato: Alcune persone hanno capito: questo mondo non è come appare. Noi siamo su un pianeta che gira nel vuoto. A cosa ti aggrappi quando dopo miliardi di anni ancora i misteri dell’esistenza sono sempre gli stessi? Dopo tutte le scoperte è rimasto l’insondabile! Bisogna cominciare a frequentare il sondabile se si può. Il vuoto, nel Buddhismo tibetano, è la massima espressione della spiritualità (…) La via d’uscita è il riappropriarsi della profondità dell’essere e dell’intelligenza della vita che è molto superiore a quella che esprimiamo. Io inserirei la meditazione sin dall’infanzia.

E ancora:

Giò Alajmo: Niente è come sembra, perché niente è reale. Viviamo in stati di allucinazione permanente?
Battiato: Abbastanza. Viviamo sottomessi dal dio denaro e dal pensiero che non ci lascia mai. La gente è schiacciata dai troppi pensieri da non accorgersi di chi siamo realmente. Si pensa troppo, si medita troppo poco (…) La gente è spesso prigioniera di se stessa, della propria visione delle cose tanto da non accorgersi di avere le soluzioni a portata di mano.

Ed allargando il discorso:

Guido Guerrera: Franco, cosa significa attraversare il Bardo?
Battiato: Alludo al Libro Tibetano dei Morti e intendo riflettere sul fatto che niente finisce per sempre con la morte perché l’energia di cui siamo costituiti ha le caratteristiche spirituali dell’eternità. Perciò morire è solo trasformarsi in un passaggio da una dimensione a un’altra.
Guido Guerrera: La lezione è dunque che «nulla è come sembra».
Battiato: Esatto, siamo infiniti ed eterni quanto il cosmo. In realtà siamo prigionieri delle nostre abitudini, paure e potenti illusioni, dunque non riusciamo a considerare consapevolmente di essere parte del tutto universale.
Guido Guerrera: Cosa ci limita in questa ricerca?
Battiato: Le sofferenze a causa dell’arroganza, dell’avidità suggerite dall’ego, responsabile di chiudere la strada del ritorno alla nostra natura divina. Noi esseri umani siamo troppo orgogliosi di un presunto libero arbitrio e guai a chi mette in discussione questa libertà.
Guido Guerrera: Che valore assume la libertà nella visione che proponi?
Battiato: Posso dire che questa condizione non si raggiunge facilmente: occorre molta saggezza per conquistarla.
Guido Guerrera: Quali sono i confini della Porta dello spavento supremo, per dirla con un altro brano composto con Manlio Sgalambro?
Battiato: Parlare di confini quando si sfiora l’Immenso è assolutamente impossibile: è il momento dell’espansione massima, superati i velami dell’apparenza. Ci sono persone, esseri speciali, che hanno compreso, già in questa vita e a patto di grandi sacrifici, il significato del passaggio fatale. Per loro l’abbandono del corpo rappresenta l’atteso Premio, così l’attraversamento sarà per essi molto più importante della permanenza (…) La Conoscenza di Dio aiuta a conoscere meglio se stessi e, se noi ci sentiamo affini a quella fonte, la morte sarà accolta con consapevolezza e forse sarà davvero capace, un giorno, di guarirci definitivamente dalla malattia del rinascere.
Guido Guerrera: Tu quindi credi nel ciclo della reincarnazione…
Battiato: Senza ombra di dubbio. E credo anche nell’assunto della dottrina buddhista volto a sostenere come un uomo che abbia compiuto del male in questa dimensione arrivi a reincarnarsi in esseri inferiori: un bruco ad esempio. Questo ci deve anche condurre al rispetto di ogni forma animata, perché in essa c’è la traccia del divino e del suo decreto evolutivo insito in ogni essere.

Luca Valtorta: La tua canzone del 2012, Testamento, comprende tutto questo? Questo «sguardo feroce e indulgente» da lasciare agli eredi?
Battiato: Sì, è questo. Non avere debolezza nei propri confronti. Devi chiedere a te stesso di superare l’inerzia, l’indifferenza, la grossolanità, la non voglia di metterti seriamente a cercare… Perché la materia gioca brutti scherzi.
Luca Valtorta: E nello stesso brano si dice: «mi piaceva tutto della mia vita mortale». Ti piace tutto della tua vita mortale?
Battiato: Può essere, ma quello è un limite, non è un complimento. Siamo impermanenti, dobbiamo abituarci a questo. “Io, penso… Io penso…” Sì, oggi pensi questo, poi sai che tra cinque minuti pensi in una maniera diversa. Allora, cosa abbiamo di permanente? Niente.
Luca Valtorta: Prima dicevi che una cosa importante è l’etica.
Battiato: Per me sì. Sono i valori fondamentali di un essere. L’etica, soprattutto rivolta verso se stessi.
Luca Valtorta: La tua musica, quindi, ha un’etica, di riflesso.
Battiato: Io credo di sì…

Alla domanda «In Passacaglia, una canzone del 2012, dice: “Ero in quinta elementare / entrai per caso nella mia esistenza”. Doveva essere il 1956: che cosa successe?», Battiato risponde:

Mi ha riportato indietro nel tempo la mia maestra delle elementari, che mi consegnò negli anni ’80 un mio tema dove scrivevo: «Io chi sono?». A casa non ci potevamo permettere libri o giornali, e lo dico con orgoglio: quella mia riflessione di bambino significa che avevo già vissuto altre vite.

Battiato: Mi piace leggere, per la verità, qualsiasi cosa. È un modo per dimenticarsi di se stessi. L’ego è la peggiore delle prigioni.

Importante riguardo alla domanda «Io chi sono?» riportare un intervento di Battiato:

Battiato: Ramana Maharshi – 30 dicembre 1879 – 14 aprile 1950. Non teneva conferenze, lui era un insegnamento vivente. È stato uno dei saggi più celebrati in India. Da L’insegnamento di Sri Ramana Maharshi, Edizioni Vidyananda.
1) Chi sono io?
Io non sono il corpo grossolano, composto dai sette umori. Io non sono i cinque organi di senso, vale a dire udito, tatto, vista, gusto e odorato, che comprendono i loro rispettivi oggetti, cioè suono, tatto, colore, sapore e odore. Io non sono i cinque organi di senso cognitivi, cioè gli organi della parola, del movimento, della presa, dell’escrezione e della procreazione, che svolgono le rispettive funzioni di parlare, muoversi, afferrare, eliminare e provare piacere. Io non sono i cinque soffi vitali, prana, ecc., che esercitano rispettivamente le cinque funzioni di inspirare ecc. Io non sono neppure la mente che pensa. Io non sono neanche la nescienza, che comprende solo le impressioni residue degli oggetti e nella quale non vi sono oggetti né funzioni.
2) Se non sono nessuno di questi, allora chi sono io?
Dopo aver negato tutte le cose menzionate sopra dicendo non questo, non quello, la Consapevolezza che sola rimane – quella. Io sono.

In coerenza, il passo «Ma chi sei? Che cosa vuoi? Cosa pretendi? Noi non siamo niente… se guardiamo la volta celeste, si ha l’idea della nostra nullità. Bisognerebbe guardarla più spesso. Se non distruggiamo quest’idea di sentirci importanti, la morte ci terrorizzerà sempre». O in versi:

Vivere venti o quarant’anni in più / è uguale / difficile è capire ciò che è giusto / e che l’Eterno non ha avuto inizio / perché la nostra mente è temporale / e il corpo vive giustamente / solo questa vita. / Ma se ti senti male rivolgiti al Signore / credimi siamo niente / dei miseri ruscelli senza fonte.

Ma precisiamo ora quale sia la dottrina di Ramana Maharshi:
«L’istruzione spirituale di Maharshi consiste in un’incessante forme di autoinvestigazione che si basa sulla domanda: “Chi sono io?”».

Battiato: Tutto è raggruppato in relativo e ultimo, in condizionato e incondizionato. Il condizionato è relativo, l’incondizionato è l’ultimo. Il condizionato è concepibile. Ne puoi parlare, spiegarlo. L’incondizionato è inconcepibile. Noi possiamo parzialmente accennare alla natura dell’inconcepibile a parole. Possiamo accennarlo con termini come purezza primordiale e presenza spontanea; ma è attraverso la pratica che noi effettivamente sperimentiamo qual è l’inconcepibile. La padronanza sul condizionato può beneficiare di una situazione attuale. Quando arriviamo nel bardo (l’intervallo di tempo che, secondo la cultura buddhista, sta tra la morte e la rinascita), gli aggregati e gli elementi collassano, allora, solo l’incondizionato ci può aiutare. Fintantoché i modelli abituali oscurano l’incondizionato, noi non possiamo sperimentare la nostra inconcepibile natura del risveglio originale. Così, ora dobbiamo prendere confidenza con l’incondizionato, non c’è altra via.

Utile infine uno stralcio dal film Niente è come sembra che significativamente si apre con la canzone omonima a confermare la consonanza tra il film e le canzoni in oggetto, film che così, nel libro di Battiato In fondo sono contento di avere fatto la mia conoscenza, viene presentato dal suo amico Fabio Bagnasco:

Fabio Bagnasco: Film compendio, indicibile e inesauribile… sintetizza espressioni spirituali differenti che tendono a superiore unità: dall’incipit buddhista al got lenden tardomistico medioevale di Hildegard von Bingen, dalla nuova fisica gnostica al magistero artistico e spirituale di Celibidache.

La parola «errori» (che troviamo nel verso «Qui non si impara niente sempre gli stessi errori») è parola-chiave che, con la sua nobile etimologia, rimanda all’erranza, al viaggio esistenziale periglioso (pericoloso) che è il tema ultimo di tanta parte del canzoniere di Battiato con e senza Sgalambro. Ma con quest’ultimo vale, oltre a La cura, Invito al viaggio (cfr. nostro commento a La cura)
Stati di gioia è il titolo di un’altra canzone del disco Il vuoto
Guénon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vedānta
cfr. Battiato-Bossari, Io chi sono, Mondadori, Milano, 2009, pp. 22-23
Giulia Santerini, Capital Tribune, 5/11/2004
La consolazione, p. 60; con richiamo a un altro grande amore di Sgalambro, l’altro «vecchio pazzo» che è Don Chisciotte in lotta eterna contro i mulini a vento
si veda per un primo approfondimento il nostro commento alla canzone omonima; per un’immagine sintetica ed esplicativa rimandiamo invece a Eri con me (2012): «Viviamo nell’impermanenza, nell’incertezza della vita condizionata, ma ci ricorderemo di noi segretamente. / Arriverà il giorno atteso a schiudere gli impediti passaggi, / prepariamoci a nuove esistenze…».
Sogyal Rinpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire, trad. it. Ubaldini, Roma 1994, pp. 42 e 366, dove si rimanda al Samadhirajasutra e alle sue traduzioni occidentali
Il silenzio e l’ascolto, Castelvecchi, Roma, 2014, p. 10
Stefania Vitulli, L’era del cinghiale stanco, in Il Giornale, 2/7/2007
cfr. Il Giornale di Vicenza, 9/2/2007
Ricordiamo che Dialogo teologico è il titolo di un’opera di Sgalambro del 1993 e forse della sua Opera nel complesso, e crediamo importante sottolineare che questa «prospettiva teologica» è un’altra delle linee di forza e di unità tra Battiato e Sgalambro, al di là delle conclusioni ultime che possono anche essere o sembrare divergenti. Opportuno infine segnalare come un ulteriore punto di contatto tra Battiato e Sgalambro sia il pensiero del filosofo tedesco Schopenhauer (uno dei maestri dichiarati di Sgalambro) e in particolare, se non l’intera sua teoria, per certo la sua «occidentalizzazione» del concetto di maya.
cfr. Franco Battiato e Gianluca Magi, Lo stato intermedio, Edizioni Arte di Essere, Roma, 2016, pp. 12, 35, 47, 50, 55-56, 62-63
Battiato allude al Libro tibetano dei morti o Bardo Thodol. «Il titolo letteralmente significa liberazione (scilicet: attraverso la comprensione nello) stato intermedio (bardo). Il bardo fu composto nell’VIII o IX secolo (…) e ritrovato nel XIV secolo. (…) Questo libro descrive esperienze durante lo stato di morte e la rinascita, seconda la prospettiva degli iniziati mandala esoterico delle cento divinità di Buddha miti e feroci»
Ivan Casilli, 23/11/2007, Riminibeach
Giò Alajmo, Il Gazzettino, 2007
Guido Guidi Guerrera, Siamo fatti per l’eternità, 24/2/2015
Qui Battiato fa, in maniera criptica e nascosta, una doppia citazione pure evidentissima. In primo luogo rimanda a una famosa terzina di Dante (Inferno, IX, vv. 61-63): «O voi che avete li intelletti sani / mirate la dottrina che s’asconde / sotto il velame de li versi strani». Ma poi va notato che Battiato incrocia ed illumina questa tradizione cristiana ed occidentale (approfondita da René Guénon in L’esoterismo di Dante che inizia proprio citando questi versi) con il richiamo ad una delle principali dottrine induiste e buddhiste riguardanti il cosiddetto velo di Maya.
Luca Valtorta, XL, n° 81, 2012
Tv Sorrisi e Canzoni, 30/12/2012
Curzio Maltese, Venerdì di Repubblica, 13/4/2001
Il Fatto Quotidiano, 19/3/2012
Battiato-Pulcini 1992, p. 43
Fisiognomica (1988)
cfr. Battiato-Bossari, Io chi sono, Mondadori, Milano, 2009, pp. 123-124
Condizionato, incondizionato, Il Fatto Quotidiano, 5/3/2012
Battiato, In fondo sono contento di avere fatto la mia conoscenza
Niente è come sembra, pp. 100 e 74-75
Lo spirito degli abissi (2015)
Tra le opere di Tulku Urgyen in particolare Battiato segnala l’importanza dei suoi Dipinti di arcobaleno, «un testo fondamentale per chi è sulla via».
La polvere del branco (2012): «Do you know Tulku Urgyen? Have you ever heard of him?»
Autodafé (1998)
Battiato-Bossari, Io chi sono, Mondadori, Milano, 2009, pp. 22-23: su Aurobindo e Battiato cfr. pp. 25-26 e 126
Battiato e Sgalambro: Schopenhauer e oltre Schopenhauer
Della misantropia, pp. 28 e 55
cfr. anche nostro commento a Vite parallele
Da Sgalambro a Battiato: altri punti di unità e di incrocio testuale
La morte del sole, pp. 134-136
Apparenza e realtà (2004)
Trattato dell’empietà, pp. 124, 163-164
cfr. Dialogo teologico, p. 13 e Della misantropia, pp. 125-127; La consolazione, pp. 57, 130-136, 153-154
De mundo pessimo, p. 46
Io chi sono? (2007)
Della misantropia, p. 127
De mundo pessimo, p. 80, con rinvio a Maxwell, Treatise on Electricity and Magnetism
cfr. La morte del sole, pp. 77, 110, 161
Del pensare breve, pp. 112-113
su Maxwell il capitolo sesto del quinto volume della grande Storia del pensiero filosofico e scientifico, edito da Garzanti di cui riportiamo uno stralcio dalla pagina conclusiva: «Non occorre ormai altro per illustrare i profondi legami fra la teoria maxwelliana dei campi e la teoria einsteiniana della relatività. Si può dire che quella costituì la premessa a quella»
Trattato dell’età, pp. 14 e 99; Del delitto, pp. 107 e 91; La consolazione, pp. 38 e 124; Anatol, pp. 155-156, 21, 167; Dialogo teologico, p. 86
la Repubblica, 23/4/2015; da Questa vita, Garzanti, Milano, 2015

Iniziamo col riportare il testo della canzone che porremo a confronto con Niente è come sembra, Io chi sono?.

Io sono. / Il cielo è primordialmente puro ed immutabile / Mentre le nubi sono temporanee / Le comuni apparenze scompaiono / Con l’esaurirsi di tutti i fenomeni / Tutto è illusorio privo di sostanza / Tutto è vacuità / E siamo qui ancora vivi di nuovo qui / Da tempo immemorabile / Qui non si impara niente sempre gli stessi errori/ Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre / Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio / Sono una cosa sola inseparabili / La luce si unisce allo spazio in una cosa sola / Io sono. Io chi sono? / La luce si unisce allo spazio in una cosa sola indivisibili / Io sono. Io chi sono?

Questo parallelo è importante in quanto crediamo che queste due canzoni vadano lette insieme e alla luce di una terza che ne costituisce, a un tempo, una parafrasi e una sintesi. La canzone alla quale facciamo riferimento è Conforto alla vita del 2004, significativa fin dal titolo, e ai versi che recitano: «Nella sventura non ti colga sgomento (…) sii forte e

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Troviamo dunque nella sceneggiatura del film questi importanti passaggi: «La fisica ci insegna anche che la materia può apparire e scomparire: sono fenomeni per cui la materia si trasforma in radiazione, in onde elettromagnetiche. (…) Una gioia infinita… e non è mica facile spiegare lo stato d’animo… ecco posso dire soltanto: intensità, densità, presenza, luce». Qui crediamo vi sia, come nella canzone Io chi sono?, e lo preciseremo, un richiamo alle teorie dell’inglese James Maxwell (1831-1879), in particolare al suo Trattato sull’elettricità e il magnetismo dove diede una spiegazione unitaria dei fenomeni elettrici, magnetici e luminosi; per un altro richiamo, in Battiato, la canzone Lo spirito degli abissi (2015): «la realtà ha due aspetti / spirito e materia / giorni abbaglianti… di luminosità / nel mio giardino, il cielo era più vicino» dove torna il cortocircuito magico (elettromagnetico?) materia-spirito-luce).

Battiato dichiara che tra gli ispiratori del film Niente è come sembra vi è il monaco buddhista Tulku Urgyen (1920-1996) «senza dubbio uno dei più grandi maestri spirituali del nostro tempo».
In realtà egli è anche un punto di riferimento per queste canzoni del disco Il vuoto e per il successivo Apriti Sesamo (2012). Infatti Tulku Urgyen è esplicitamente ricordato ne La polvere del branco («Do you know Tulku Urgyen? Have you ever heard of him?») e la canzone mostra, inoltre, un duplice nesso con le canzoni qui in oggetto.

Do you know Tulku Urgyen? Have you ever heard of him? / Do you know the Seekers of the Truth? Have you ever heard of this? / Ci crediamo liberi, ma siamo prigionieri, di case invadenti che ci / abitano e ci rendono impotenti. / Ci crediamo liberi, ma siamo prigionieri che remano su navi inesistenti / si solleva la polvere del branco accanita e misteriosa. / Ci crediamo liberi, ma siamo schiavi, milioni di milioni di ombre sperdute, / rumorosi andiamo per le strade alzando solo polvere. / Millions of shadows walking into nothingness / Ti dico che nulla mi inquieta, ma tu mi dai sui nervi, / ho voglia di appartarmi e di seguire la mia sorte, perché morire è come un sogno. / Pura, Inaccessibile, Avvolta in una Eterna Ombra solitaria, / Oscurità Impenetrabile, Intensa, Impervia, Immensa… / ha dato vita agli Dei, nessun uomo ha mai sollevato il suo Velo. / … millions and millions of shadows.

La prima riguarda la parola «sorte» che è sinonimo, come già ricordato, della parola centrale di queste canzoni, ovvero «destino» e poi con la visione complessiva del nostro essere «schiavi… prigionieri che remano su navi inesistenti» (l’aggettivo «inesistenti» vale «niente è come appare / perché niente è reale»). Nel ricchissimo gioco dei rimandi dei testi e nel loro coerente illuminarsi viene necessario richiamare questi versi di Autodafé (1998): «E mi piaceva camminare solo per sentieri ombrosi di montagna, / nel mese in cui le foglie cambiano colore, / prima di addormentarmi all’ombra del destino».

A conferma di questo insieme di influenze, la presenza nel film Niente è come sembra di una citazione di L’Ora di Dio di Sri Aurobindo, poeta filosofo mistico indiano (Calcutta 1872–1950), maestro di Battiato fin dagli anni Settanta, che ha forti consonanze con le canzoni qui analizzate:

Il cammino è arduo, pericoloso e difficile. Migliaia di nemici visibili e invisibili si scaglieranno contro di te, terribilmente astuti contro a tua ignoranza, enormemente potenti contro la tua debolezza. (…) Sarai solo nella battaglia. Demoni furiosi ti impediranno di proseguire sul sentiero. (…) Ma se resisti fedele al tuo scopo, non sarai mai scosso. (…) Colui che è alla ricerca della via ha diritto… di affermare che la realtà è rappresentata dal puro spirito.

Schopenhauer parte dalla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, ma mentre per Kant il noumeno è inconoscibile e fissa il limite della conoscenza, per Schopenhauer esso è una realtà che il filosofo in quanto tale deve riuscire a comprendere. Il fenomeno è invece pura illusorietà, che Schopenhauer identifica con il «velo di maya» delle filosofie indiane, dalle quali trae ispirazione insieme al Buddhismo e al kantismo. Dunque, egli vede kantianamente che l’oggetto conosciuto è passato attraverso tre forme a priori (spazio, tempo e causalità) ed è stato deformato da esse: nella realtà non può quindi essere quale noi lo conosciamo. Perciò la vita è un «sogno» ingannevole, il mondo ci è nascosto e i suoi meccanismi non sono evidenti, tuttavia nell’uomo c’è una naturale propensione a interrogarsi sul significato della propria esistenza e a tentare di carpire l’essenza di questa realtà inconosciuta. Schopenhauer è un filosofo romantico, che parte dalla filosofia di Kant e si propone di integrarla: egli crede di aver trovato il modo di conoscere il noumeno proprio attraverso ciò che un’illuminista non avrebbe mai pensato essere significativo, ovvero la volontà. La volontà, che costituisce una parte irrazionale della mente umana, è ciò che ci rende parte del meccanismo che regola il mondo e che permette di squarciare il «velo di maya». Significativo che Schopenhauer sia la base e il fondamento tanto dell’opera scientifica di Sigmund Freud quanto dell’opera artistica di Luigi Pirandello e della loro profonda consonanza. Tutto questo si riflette qui sul tema dell’Io come illusione e come costitutiva molteplicità. Dice Sgalambro con un tono fortemente freudiano-pirandelliano: «Si sdoppiava, si triplicava. Si divideva in tante parti e con ognuna sosteneva un dialogo e magari una rissa. Risibile è dire che un uomo è uno. Quante persone vi sono in me che finora non ho fatto nascere». E per una canzone di Battiato e Sgalambro in cui precipita questa concezione dell’individualità umana si riascolti Vite parallele (1998), significativa fin dal titolo e fortemente connessa con il combinato disposto delle due canzoni che stiamo analizzando, nesso evidente la parola-chiave «vuoto»:

Mi farò strada tra cento miliardi di stelle / la mia anima le attraverserà / e su una di esse vivrà eterna. / Vi sono dicono cento miliardi di galassie / tocco l’infinito con le mani / aggiungo stella a stella / sbucherò da qualche parte, / sono sicuro, vivremo per l’eternità. / Ma già qui vivo vite parallele / ciascuna con un centro, con un’avventura / e qualcuno che mi scalda il cuore. / Ciascuna mi assicura / addormentato o stanco / braccia che mi stringono. / Credo nella reincarnazione / in quel lungo percorso / che fa vivere vite in quantità / ma temo sempre l’oblìo / la dimenticanza. / Giriamo sospesi nel vuoto / intorno all’invisibile, ci sarà pure un Motore immobile. / E già qui vivo vite parallele / ciascuna con un centro, una speranza.

Crediamo che le visioni etico-morali e anche artistiche di Battiato e Sgalambro siano molto vicine, se non comuni, e possano nascere da frasi e concetti come questi:

L’anima fugge dalla città mondiale… dove si celebra il vuoto – e si attende che il destino si compia (…) la sua liberazione… la fine del mistero;

da cui può venire:

Rovinò lungo la china / solo chi ha un destino rovina / non voglio che l’impuro ti colga / ti darò…

Senza dimenticare che Battiato e Sgalambro avevano già affrontato, insieme, il nesso «apparenza e realtà» nella canzone omonima del 2004, dove si dice «Über ruinen / Soviel Schein, soviel sein / apparenza e realtà / Sopra le rovine / Così tanto apparire, così tanto essere». La canzone deriva, così come quelle che stiamo analizzando, o meglio fa riferimento, anche, a questo arduo passo di Sgalambro:

L’edificio barcolla che con la sua quasi perfezione sembrò immacolato… Il ritorno del dogmatismo riafferma la possibilità di conoscere le cose come stanno… Di qui la resistenza davanti ad esso… Su questo però ammonisce il motto di scuola – “Soviel Schein, soviel sein” (qualcosa come “tanto apparire, quanto essere”) che invita a suo modo al discorso su apparenza e realtà.

A conferma presentiamo due collage, tendenziosi ma crediamo complessivamente corretti, composti il primo di una serie di brani tratti dai volumi di Sgalambro, il secondo dal combinato disposto delle due canzoni.

Tutte le cose sono solo un sogno (…) La realtà è parvenza, solo vanità, un nulla… cioè un quasi nulla… La realtà è parvenza, solo vanità, un nulla… un niente, un pugno d’aria (…) Ovvero la mia propensione per il nulla -chiamo propensione per il nulla quello che gli altri chiamano nulla- non mi permette di considerarmi nichilista (…) Il quasi: ho in mano un pugnale e una spada posso combattere.

Depreco… il trionfalismo di… quelle filosofie che, trovando necessario partire dall’Io, inneggiano ad esso come fosse una grande conquista e non invece la misera sorte che ci è toccata.

Io sono. Io chi sono (…) Tutto è illusorio privo di sostanza / tutto è vacuità (…) niente è reale (…) Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio / sono una cosa sola inseparabili… indivisibili.

E ancora, con la medesima tecnica del «taglia e cuci»:

Il mondo… un’illusione e un inganno (…) L’uomo si illude… fa parte della sua natura. Ogni volta possiamo correggerlo, ogni volta ricade.

Che vale all’incirca:

Tutto è illusorio privo di sostanza / tutto è vacuità / E siamo qui ancora vivi di nuovo qui / da tempo immemorabile / qui non si impara niente sempre gli stessi errori / inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre.

Ed ancora:

Io sono tutti i miei attributi. Ma finché li sono soltanto, non li ho… Che io sia non basta, devo avermi… L’impresa di quest’essere che dice io è dunque quella di possedersi. (…) “Io mi possiedo” diventa il suo punto di forza e ciò attraverso cui può riappropriarsi anche del potere di autorappresentazione.

Brano in cui si adombra un percorso di consapevolezza e autocoscienza che potrebbe richiamare quello di questi versi:

Io sono. / Io chi sono? / Il cielo è primordialmente puro ed immutabile / Mentre le nubi sono temporanee…

Infine:

Il colpo più grosso che si possa infliggere al platonismo è la misurazione della luce: è come se lo stesso “essere” ne uscisse misurato. (Che l’essere sia luce Heidegger lo dà per certo. Vedi Aus der Erfahrung del Denkens). Con ciò Maxwell, coronando la sua aspirazione alla misura, lo affossa. Se l’essere è luce, è numero.

Che dovrebbe valere, più precisamente, la formula matematica sintetizzata in: «Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio/ sono una cosa sola inseparabili… indivisibili».

Ovvero: «lo spirito si trasforma in materia… per il calcolo mistico non ci sono dubbi: tutto è uno» e anche: «la materia è il quietivo dello spirito» e mostra la «rimozione di ogni dualismo e di ogni opposizione tra spirito e materia» e «il dichiarato interesse dello spirito a disfarsi di ogni immobilità».
A conferma di questo ancora un passo di Sgalambro:

Estasi estetica. Ci si unisce ad essa… questo modo è il bello (…) Allora Treatise on Electricity and Magnetism (1873) di Maxwell o Principia Mathematica di Russell (1910-1913) possono fornire l’occasione alla contemplazione estetica allo stesso modo della Recherche di Proust.

Abbiamo detto, e lo ribadiamo, che una possibile interpretazione della suggestione contenuta nei versi «Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio / Sono una cosa sola inseparabili… indivisibili» sia, oltre a «lo spirito si unisce alla materia», un richiamo alle teorie contenute in Treatise on Electricity and Magnetism di Maxwell e in particolare all’elettromagnetismo («campo elettromagnetico») e a una nuova impostazione fisico-matematica, lontana da una vecchia impostazione «filosofica» e capace di proporre un nuovo ordine filosofico e religioso (non diminuì mai in lui, insieme all’attenzione ai «fenomeni elettromagnetici, e in particolare a quelli luminosi», ai problemi d’ordine religioso). E ricordiamo anche un’altra sua opera dal titolo significativo di Materia e movimento del 1876.
Ora procediamo al contrario e prendiamo alcuni versi da Io chi sono? (con il suo martellante leitmotiv: «Io sono. Io chi sono?») e da Niente è come sembra: «Rovinò lungo la china / solo chi ha un destino rovina / non voglio che l’impuro ti colga / ti darò a una rondine in volo… ti darò a un ruscello che scorre o alla terra piena di mimose»; «Però in una stanza vuota, la luce si unisce allo spazio / sono una cosa sola, inseparabili… indivisibili».

Qui c’è un richiamo fortissimo a uno dei concetti centrali di Sgalambro il quale ritiene che il nostro destino non sia banalmente, quello di morire, ma di essere sfracellati, di essere distrutti, di rovinare. Ma di non cedere di fronte a ciò («ti darò…»).
Scrive Sgalambro, in coerenza con la canzone e il suo senso complessivo: «Io sono io e ciò che mi distrugge (…) scontri con il mondo con la furia di un destino»; «il mondo… le sue macerie… il divenire prende di petto l’essere e lo distrugge»; «di colpo teorie venerabili rovinano… diamoci da fare»; «Se anche tutto andasse in rovina e le nostre vite dovessero sanguinare… tuttavia uno squarcio di sole si aprirebbe. (…) In questo mucchio di rovine il consolatore… sgombra le macerie e ti riempie di ebbrezza» «Pensa di essere una rosa o una rondine… abbandonati come un ruscello che scorre o una pietra che cade (…) Il pensiero (…) si unisce alle cose. (…) O Anatol la tua dispettosa purezza»; «il fallimento ci chiama, ma chi è insignito del valore di questo scacco, ne riceve valore e lo emana ben oltre la sua stessa vita».

Riteniamo opportuno allargare la prospettiva filosofica e mistica di queste canzoni e la loro riflessione su Io e Mondo con un intervento del teologo Vito Mancuso che ne mantiene la vasta prospettiva non solo interreligiosa ma di assoluta libertà spirituale. Per un’ecologia dell’io da Buddha a Tolstoj. O da Battiato a Sgalambro.
«Credo sia necessaria una nuova visione della Terra generata dalla consapevolezza che il nostro pianeta, ben lungi dall’essere riducibile a materia inerte aggregata da una serie di circostanze casuali, è un immenso e sofisticato ecosistema che deve la sua origine e la sua esistenza alla logica dell’armonia relazionale. Anzi, occorre procedere oltre e approdare alla convinzione, formulata qualche decennio fa dal chimico britannico James Lovelock, che la Terra sia un unico organismo vivente, da Lovelock chiamato Gaia. Qualcuno vedrà in questa affermazione un pericoloso e ingenuo regresso verso l’animismo dei primitivi, ma chi può dire, quando è in gioco la vita, se i primitivi in realtà non siano molto più avanti di noi che siamo abili calcolatori ma sempre più privi di intuizione, di capacità di visione, di poeticità?
Il nostro pianeta non è riducibile a materia inerte. Nulla in natura è riducibile a materia inerte perché la natura è sempre al lavoro, è sempre nascitura, come dice il participio futuro latino del verbo «nasci», «nascere», da cui il termine deriva. E siccome il lavoro richiede non solo energia ma anche informazione, e siccome l’informazione è elaborazione dell’intelligenza che vince l’entropia, occorre concludere che la natura è dotata di intelligenza. Così sentono tutti coloro che l’amano veramente, come Tolstoj, Lovelock e molti altri. Oggi la scienza e la tecnica, ormai così strettamente associate da condurre molti a parlare di tecnoscienza, hanno urgente bisogno di venire integrate dalla sapienza umanistica e dalla spiritualità, ed è a mio avviso questa visione spirituale della natura, unita alla visione naturale dello spirito, l’unica via in grado di operare tale necessaria integrazione. Occorre una nuova visione della natura che veda l’evoluzione non solo come il risultato di mutazioni casuali e di selezione naturale (che pure ci sono e ci saranno sempre) ma prima ancora come risultanza della logica di aggregazione sistemica e della cooperazione che ne scaturisce. Non si tratta di una semplice disputa accademica. È in gioco più in profondità il nuovo stile di vita necessario al nostro tempo per fronteggiare la sfida ecologica: una sfida che non supereremo fino a quando non verrà risanata alla radice l’ideologia che l’ha prodotta, cioè l’estraneità tra materia e spirito, natura e cultura, mondo e mente, una frattura che ci ha condotto a considerare il mondo come mero ambiente esteriore e non come parte essenziale della nostra vita, e la nostra vita come mero caso all’interno di un mondo senza senso.
Occorre una purificazione del nostro modo di pensare, una «ecologia della mente» che faccia finalmente comprendere che l’uomo con la sua spiritualità va compreso come un essere materiale, e il mondo nella sua materialità va compreso come un essere spirituale, all’insegna di un’inscindibile complementarietà tra materia e spirito. Occorre una filosofia in grado di ridare importanza alla dimensione umanistica della vita, perché nel nostro mondo aumentano quotidianamente le conoscenze scientifiche mentre la saggezza e la sapienza rimangono ferme, il che si traduce in aumento del potere tecnologico e in aumento della produzione (il famoso PIL) senza che vi sia un’idea che orienti tutto ciò, a parte, ovviamente, la fame di profitto. Dalla scienza e dalla tecnologia prive di orientamenti etici può sorgere una trappola pericolosissima, anzi questa trappola è già sorta e noi ci siamo finiti dentro. Per uscirne occorre una svolta concettuale: da una visione che individua la logica che presiede all’evoluzione della vita nella cieca casualità e nella competizione per la sopravvivenza, a una visione che l’individua nell’aggregazione sistemica. È in base a questa logica che si potranno elevare a modelli di vita coloro che hanno sempre operato a favore della pace, figure come l’indù Gandhi, il panteista Albert Einstein, l’ateo Bertrand Russell, il protestante Nelson Mandela, il cattolico Oscar Romero, il musulmano Muhammad Yunus, la buddhista Aung San Suu Kyi.
Una delle più celebri terzine di Dante ci invita ancora oggi a riflettere sulla nostra identità e sul compito che ne discende: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Naturalmente i due valori non sono affatto alternativi perché nella conoscenza c’è virtù e nella virtù c’è conoscenza, tuttavia essi non vanno sempre insieme perché vi sono persone virtuose ma ignoranti e persone colte ma disoneste, e nel nostro tempo assistiamo a un progressivo aumento della conoscenza e a una stasi, se non a una diminuzione soprattutto nell’ambito dell’etica pubblica, della virtù. Penso quindi sia urgente chiedersi che cosa nella vita debba avere il primato, se la conoscenza o la virtù. Einstein la pensava così: «Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dell’io». È la medesima prospettiva che si ritrova nelle grandi dottrine spirituali, per esempio il Buddhismo definisce il non-sé «sigillo del Dharma» e Gesù invita chi vuole seguirlo a «rinnegare se stesso» (Marco 8,34). Questa liberazione dall’io non significa non curare la propria interiorità e non amare se stessi; significa piuttosto che il valore di un essere umano non dipende da ciò che ha, non dipende da ciò che sa, non dipende neppure da ciò che è, ma dipende dalla misura in cui è giunto a trascendere il suo ego perché l’ha posto al servizio di qualcosa di più grande e di più importante.
Il valore di un essere umano dipende dalla sua capacità di creare relazione, di dedicarsi, di uscire da sé, di aprirsi, di abbracciare, di amare. Il Processo cosmico ci immette in questa stupefacente avventura: noi siamo un pezzo di materia capace di creare relazione, di dedicarsi, di uscire da sé, di aprirsi, di abbracciare, di amare. Seguendo tale logica si attua la liberazione dall’ego, la meta di ogni autentica esperienza spirituale, la prima e più necessaria ecologia. Da essa può rinascere la visione del mondo e della natura di cui questa vita ha bisogno per tornare a fiorire».