Moto browniano

Iniziamo con il trascrivere la pagina di Sgalambro dalla quale deriva questo testo, consapevoli però del fatto che ne riduce solo in parte l’ellitticità del senso:

Provo un certo sdegno verso alberi, verdi fogliami, foreste onnipossenti e festose. Sogno una terra spoglia, senza animali e senza tracce di vita. Gli stessi uragani non vi troverebbero avversari, ma senza contrasto, passerebbero come un tenue soffio di vento. Mi tentano paesaggi, lunari, spugnosi dove la massa pietrosa giace inerte, senza alcuna idea di movimento. Dove l’immoto echeggia antichi riposi. Nomi onorati d’altri tempi.

Qui finisce l’aforisma intitolato Confessione (Del pensare breve, p. 58) ma forse il senso (un possibile senso) è contenuto nella frase che troviamo in Anatol: «Credetemi, la verità è il mondo senza l’uomo». O nell’aforisma successivo a Confessione intitolato significativamente Alla fine venne la parola:

D’accordo gli alberi annoiano ma il parlottio umano è una batosta per orecchie delicate. Parlare è un’attività inferiore. Guardate le labbra, le loro mossettine leziose, oppure il grugno, o ancora lo spalancarsi della bocca annoiata. Per altro la compostezza degli animali è cosa nota. L’avere eletto il parlare come ciò che lo distingue è degno dell’uomo. In principio era la parola. Possibile? A noi pare che essa sia in ultimo… Sì, la parola è alla fine.

Torneremo su ciò che costituisce la «ferma distinzione dell’uomo dall’animale» parlando della canzone Gesualdo da Venosa, ma ricordiamo ora un’altra dichiarazione di Sgalambro: «L’idea dell’inanimato è il mio quietivo».
Insomma, l’idea che muove Sgalambro (e Battiato?) è un radicale pessimismo sul consorzio umano fino (quasi) a preferire un mondo inanimato o guidato solo da mere leggi fisiche quali, appunto il «moto browniano».
Utile qui inoltre, per spiegare l’adesione di Battiato al dettato di Sgalambro, rammentare «la misantropia celeste di Benedetti Michelangeli» e la sua predilezione per le «scelte radicali». In fondo questo potrebbe essere il titolo di una monografia su Sgalambro: «mi piacciono le scelte radicali: la misantropia celeste di Manlio Sgalambro, filosofo e teologo».

Insomma, complessivamente siamo ancora alla proposta di stili di vita intransigenti e apocalittici. Il tono dunque è alto e fortemente metaforico. Si ribadisce la necessità di un’etica capace di fondarsi su quest’idea di «morte termica»: «Essere contemporanei della fine del mondo è il primo passo… l’agire acquista il suo senso cosmico in quanto si collega alla fine del mondo».

Il termine moto browniano deriva dal nome del botanico scozzese Robert Brown, che osservò nel 1827 al microscopio il continuo movimento delle particelle di polline in acqua. Dopo aver appurato che il movimento non era dovuto a correnti o evaporazione dell’acqua, Brown pensò che queste particelle fossero vive, analogamente agli spermatozoi. In realtà, gli studi svolti successivamente per dare una spiegazione al fenomeno dimostrarono che i liquidi e i gas sono costituiti da molecole in moto continuo, gettando le premesse teoriche per dimostrare l’esistenza degli atomi.
L’equivocare il moto casuale delle particelle inanimate con il moto di particelle vive potrebbe essere un richiamo al «sogno» di Sgalambro di una «terra spoglia, senza animali e senza tracce di vita» dell’aforisma ­Confessione. Inoltre il continuo movimento delle particelle del moto browniano potrebbe essere un riferimento alla scelta della voce di Battiato che all’inizio della canzone canta i primi versi al contrario, il cosiddetto backmasking (tecnica usata da sempre da Battiato, come in Areknames, 1972 e Shock in my town, 1998).

Segnaliamo inoltre che «la terra spoglia» rimanda alla Terra desolata di T. S. Eliot mentre un «frammento della Sfinge» potrebbe simboleggiare l’inutilità delle domande e delle risposte umane, in coerenza insomma con quanto scritto in Un vecchio cameriere.

Per concludere, riportiamo alcuni versi (con relativa traduzione) di Sogno parigino (I Fiori del Male) in parallelo con i passi corrispondenti di Moto browniano e dell’aforisma Confessione di Sgalambro, nei quali si evidenzia un probabile riferimento alla poetica dell’artificiale di Baudelaire (cfr. ad esempio «il vegetale irregolare» che ostacola il raggiungimento dell’assoluto):

Del pensare breve, aforisma Confessione, p. 58
Anatol, pp. 95 e 154
Del pensare breve, aforisma Alla fine venne la parola, p. 58.
De mundo pessimo, p. 73
«Mi piacciono le scelte radicali / (…) la misantropia celeste in Benedetti Michelangeli», Mesopotamia (1989)
cfr. Stage door: «Mi sembra di viaggiare / in zone rarefatte del pensiero, / dove si affina la mia disposizione a vivere
che si inebria di stili e discipline.»
«Moto browniano»
«Splendore inconsumato / di tutto l’universo, fiato, / punto fermo del cosmo: / Terra, desolata… (…) Non fate crescere niente / su questa terra», Un vecchio cameriere (1995)
«Sogno»
«Provo un certo sdegno verso alberi e fogliami»
«Mi invita una terra spoglia (…) mi tentano paesaggi»
«l’immoto echeggia»
«senza tracce di vita»

Iniziamo con il trascrivere la pagina di Sgalambro dalla quale deriva questo testo, consapevoli però del fatto che ne riduce solo in parte l’ellitticità del senso:

Provo un certo sdegno verso alberi, verdi fogliami, foreste onnipossenti e festose. Sogno una terra spoglia, senza animali e senza tracce di vita. Gli stessi uragani non vi troverebbero avversari, ma senza contrasto, passerebbero come un tenue soffio di vento. Mi tentano paesaggi, lunari, spugnosi dove la massa pietrosa giace inerte, senza alcuna idea di movimento. Dove l’immoto echeggia antichi riposi. Nomi onorati d’altri tempi.

Qui finisce l’aforisma intitolato Confessione (Del pensare breve, p. 58) ma forse il senso (un possibile senso) è contenuto nella frase che troviamo in Anatol: «Credetemi, la verità è il mondo senza l’uomo». O nell’aforisma successivo a Confessione intitolato significativamente Alla fine venne la parola:

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Rêve parisien

Non d’arbres, mais de colonnades / Les étangs dormants s’entouraient

J’avais banni de ces spectacles / Le végétal irrégulier


De ce terrible paysage, / Tel que jamais mortel n’en vit, / Ce matin encore l’image, / Vague et lontaine, me ravit


enivrante monotonie

triste monde engourdi

Sogno parigino

Non alberi ma colonne / cingevano stagni silenti

Avevo escluso da questa rappresentazione / il vegetale irregolare

Di questo terribile paesaggio, / come mai mortale ne vide, / stamane ancora l’immagine, / vaga e lontana, mi rapisce

inebriante monotonia

lugubre mondo intorpidito