Medievale

Il senso del testo della canzone è misterioso. Anzi doppiamente misterioso. Questa la parte scritta da Battiato e Sgalambro:

Sdraiato su un’amaca / a prendere il sole / leggendo un libro / di poesia medievale
Un fascio di serici sogni / incorona le notti e i riposi / un balzo di tigre inquieta / mi sveglia al giorno

mentre il resto è del poeta trecentesco Bondie Dietaiuti, come preciseremo tra poco.
Eppure qualcosa del senso del racconto che ci viene proposto per frammenti giustapposti forse è possibile intuire. E la parola che ci guida è «gran erranza» che ci permettiamo di tradurre con «nero peccato». Prende così senso un’altra criptocitazione: il luminoso «balzo di tigre» che viene da T. S. Eliot in Gerontion (1920), e che simboleggia la conversione, il risveglio, la rinascita.
Allora, ancora una volta, la canzone presenta (allude a) un percorso mistico e iniziatico da una situazione di dolore e peccato a una prospettiva di salvezza. La situazione iniziale è, infatti, una situazione di assoluta confusione esistenziale:

infatti talvolta mi sembra / che ogni gioia sia affanno, / e lealtà sia inganno, / ed ogni ragione un torto

ed è in questo contesto negativo che appare, in una prospettiva di salvezza, Cristo la Tigre. Ma per meglio orientarci in questo arduo percorso proseguiamo col trascrivere il testo della poesia trecentesca ripresa da Battiato e Sgalambro, affiancandolo con una sua parafrasi esplicativa. Precisiamo però una piccola variazione fonemica: il «talor» della canzone, nell’originale di Dietaiuti è «c’alor»:

«La ferocia del bene è il balzo della tigre che azzanna, non la carezza del ‘cuore buono’» (Anatol, p. 125)
«In the juvescence of the year / Came Christ the tiger» («Nell’adolescenza dell’anno / Venne Cristo la tigre») v. 20; «The tiger springs in the new year» («La tigre balza nell’anno nuovo»), v. 49. In Italia, in canzone, il passo era già stato citato da Francesco Guccini nell’epico disco Radici del 1972: «dicembre… nei tuoi giorni… nasce Cristo la Tigre», Canzone dei dodici mesi.
Bondie Dietaiuti Amor, quando mi membra, sec. XIII. La parafrasi deriva da quelle di Giovanni Dall’Orto, con alcune varianti; il testo è tratto da Gianfranco Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi, 1970, tomo 2, pp. 385-387.
Bondie Dietaiuti, Battiato lo definisce «rimator cortese del XIII secolo», Cozzari, 2005, p. 20
Silvio D’Arco Avalle, Ai luoghi di delizia pieni, Ricciardi, Milano e Napoli, 1976, pp. 87, 106, 191, 197
si veda l’Enciclopedia Treccani alla voce «Bondie Dietaiuti» in Dizionario Biografico
Medievale: dall’amore cieco a un retto e luminoso sentire.

Il senso del testo della canzone è misterioso. Anzi doppiamente misterioso. Questa la parte scritta da Battiato e Sgalambro:
Sdraiato su un’amaca / a prendere il sole / leggendo un libro / di poesia medievale
Un fascio di serici sogni / incorona le notti e i riposi / un balzo di tigre inquieta / mi sveglia al giorno
mentre il resto è del poeta trecentesco Bondie Dietaiuti, come preciseremo tra poco.
Eppure qualcosa del senso del racconto che ci viene proposto per frammenti giustapposti forse è possibile intuire. E la parola che ci guida è «gran erranza» che ci permettiamo di tradurre con «nero peccato». Prende così senso un’altra criptocitazione: il luminoso «balzo di tigre» che viene da T. S. Eliot in Gerontion (1920), e che simboleggia la conversione, il risveglio, la rinascita.
Allora, ancora una volta, la canzone presenta (allude a) un percorso mistico e iniziatico da una situazione di dolore e peccato a una prospettiva di salvezza. La situazione iniziale è, infatti, una situazione di assoluta confusione esistenziale:

[…]

abbònati per accedere a questo e agli altri commenti di www.battiatolacura.it


Amor, quando mi membra
li temporal’ che vanno,
che m’han tenuto danno,
già non è maraviglia s’io sconforto,

però talor mi sembra
ciascuna gioia affanno,
e lealtate inganno,
e ciascuna ragion mi pare torto.

E paremi vedere
fera dismisuranza,
chi buono uso e leanza
voglia a lo mondo già mai mantenere,

poi che ‘n gran soperchianza
torna per me piacere,
e ‘n gran follia savere,
per ch’io son stato,
lasso
in grande erranza.

Amore, quando ricordo
i tempi che corrono
che mi han completamente traviato
non è strano se mi scoraggio

infatti talvolta mi sembra
che ogni gioia sia affanno,
e lealtà sia inganno,
ed ogni ragione un torto.

E mi pare di vedere
crudele eccesso verso
chi i buoni costumi e lealtà
volesse conservare al mondo,

poiché si trasforma in grave eccesso
per me il piacere,
e in gran follia il sapere,
dato ch’io son caduto,
disgraziatamente,
in un nero peccato.

Dell’autore, Bondie Dietaiuti, non sappiamo nulla se non che ha scritto questa e poche altre poesie; certo doveva essere colto ma non doveva essere un personaggio potente, visto che porta un tipico nome e cognome da trovatello: «Buongiorno, Che Dio t’aiuti».
In particolare questa poesia è la risposta per le rime a una poesia d’amore di Brunetto Latini, S’eo son distretto inamoratamente. La scelta dell’interlocutore è estremamente significativa perché Brunetto Latini è il Maestro, contraddetto e contraddittorio, di Dante che, pur stimandolo umanamente, lo colloca, nondimeno, nell’Inferno.
Il suo peccato è, apparentemente, la sodomia, in realtà è l’incapacità di un retto e illuminato amore. Brunetto Latini rappresenta cioè l’alto amor cortese che Dante teologo e mistico rifiuta (e condanna) perché legato solo alla dimensione terrena; il suo peccato e la sua condanna sono, semplificando, simili a quello della Francesca da Rimini del grande Canto V dell’Inferno.
E in effetti, in questo caso specifico, la poesia del Latini esprime un amore piuttosto esplicito e veemente, mentre la risposta di Bondi, quella citata da Battiato-Sgalambro, è decisamente più carica di ombre e luci, di complessive incertezze esistenziali.
Per comprendere meglio l’intera vicenda è necessario però richiamare l’ottima analisi di Silvio D’Arco Avalle che per primo ha messo in relazione questa composizione di Bondie con quella del Latini, rilevando ed esplicitando l’implicazione omosessuale dello scambio epistolar-poetico.
Insomma, le corrispondenze interne tra la poesia del Dietaiuti (quella citata da Battiato e Sgalambro) e la canzone S’eo son distretto inamoratamente di Brunetto Latini, e la contiguità dei due testi all’interno dello stesso codice (volume manoscritto), hanno fatto pensare, in primo luogo, al fatto che la canzone del Dietaiuti sia una risposta al Latini, ma poi, di conseguenza, che la natura amorosa di questa corrispondenza coinvolga (quindi) il Dietaiuti nell’accusa di sodomia rivolta da Dante (Inferno XV) al Latini.
Dato ciò, ne segue ancora il fatto che il «nero peccato», la «gran erranza», di cui si parla in una prospettiva di salvezza sia l’eccessivo amore per quanto è terreno e per quanto ci lega a questo mondo e non, naturalmente, l’omosessualità in se stessa. Omosessualità che pure è evidente dato il contesto della canzone. Ma l’accento batte, e deve battere, sugli inganni delle «notti» e dei «serici sogni» contrapposto alla forza luminosa e liberatrice della «Tigre Cristo» che ci sveglia e ci porta in un nuovo giorno, ovvero in una nuova prospettiva esistenziale. Naturalmente va sottolineato il fatto che «Cristo la Tigre» è simbolo sintetico di ogni percorso di liberazione e conversione, senza alcuna precisazione di ordine chiesastico o religioso; significativo anche il fatto che questi siano i versi originali scritti dal duo e quelli dove è più esplicita la costruzione ideologica che guida il collage nel suo complesso.

Alla luce di tutto questo percorso credo di poter dire che il tema che si affronta in Medievale sia proprio quello dell’amore cieco (sia esso omosessuale o eterosessuale) e di un percorso per uscire da questa tipica ossessione dell’io; questa prospettiva inoltre è perfettamente coerente con l’implicito richiamo a Dante e con l’esplicito richiamo ad Eliot, un autore, a sua volta, fortemente debitore nei confronti del poeta fiorentino.