L’esistenza di Dio

La canzone allude al fatto che vi sono due strade per «immaginare Dio». La prima è un percorso razionale e scientifico e la seconda propone una traiettoria mistica e teologica. È la seconda prospettiva, quella mistico-teologica, che ci propongono Battiato e Sgalambro.

Per una comprensione meno sintetica della canzone è utile partire dal concetto espresso nell’ultima parte della canzone: «Ancora una cosa, / mente a Ockam prego: / Dio differisce dalla pietra / perché questa, dice, è finita. / La teologia vi invita, / anzi vi impone di, / immaginare / una pietra infinita». Essa deriva da questo passo di Sgalambro che esplicita il suo significato e quello complessivo della canzone:

Dicono che egli è sale, stella, fuoco, acqua, vento, rugiada, nube, persino roccia, pietra… ricordi ciò che sostiene Ockam? Dio differisce dalla pietra perché questa è finita. Ma io (teologo) ti dico: dobbiamo immaginare una pietra infinita.

O ancora più chiaramente da un passo di De mundo pessimo:

Di Dio non posso avere che un concetto. Ma essendo tutto quello che posso avere, è tutto. (…) Quanto ai modi finiti: gli individui, i corpi, gli astri, gli animali, gli alberi, eccetera sono dati nel concetto, simultaneamente al concetto di Dio. La qualcosa equivale a dire che il mondo è dato simultaneamente a Dio e nello stesso tempo si deducono reciprocamente l’uno dall’altro. A questo modo si devono pensare Dio e il ‘finito’, e non c’è altro.

Ovvero la comprensione della Esistenza di Dio (cioè l’argomento principe della teologia) non deve essere un procedimento esclusivamente razionale (la «dissezione», nominata nella canzone, è una tecnica di indagine anatomica consistente nell’isolamento di un organo, o di sue parti, allo scopo di studiarne le caratteristiche morfologiche) ma, al contrario, deve essere in grado di utilizzare anche immagini-concetti apparentemente contraddittori: una pietra non può essere infinita in sé ma Dio può essere finito ed infinito a un tempo perché ontologicamente, per ciò che Esso è, può tutto, anche quanto la mente dell’uomo fatica a costruire e immaginare. Ed è da qui che viene la forza educativa della teologia e del suo faticoso apprendimento (che è quanto illustrato nella prima parte della canzone). Ne segue che il risultato di un percorso teologico quale quello proposto da Sgalambro e Battiato sia quello di poter pensare (anzi dover pensare) «una pietra infinita».
Se il dettato della canzone può sembrare arduo (ma certamente affascinante), è necessario aver presente che lo sfondo di questa canzone (come d’altra parte dell’intera opera di Sgalambro) è tout court la storia della metafisica occidentale; da Parmenide ed Eraclito, a Platone ed Aristotele, ad oggi (Nietzsche e Heidegger inclusi) e passando anche dai capisaldi della teologia dalla Scolastica a Schopenhauer, considerato quest’ultimo come «un teologo mascherato» (Sgalambro, Trattato dell’empietà, p. 49). Quindi vi è, tra le ambizioni, confessate, di Sgalambro, quella di «riscrivere» Il mondo come volontà e rappresentazione, il capolavoro di Schopenhauer, in chiave teologica, «come una teologia» (cfr. Trattato dell’empietà, pp. 46 e 170 e passim), o in altri termini, quelli però di questa canzone, come una Metafisica.
Detto ciò, va rilevato che il dettato complessivo della canzone è polemico e (pare di capire) l’accusa principale è quella di aver trasformato Dio in un «cadavere», in qualcosa di stupidamente ottuso.
Ben diversa la prospettiva di Sgalambro certo condivisa da Battiato:

Come filosofo ho a che fare con l’eterno, come teologo con Dio. Questa intenzione mi mangia vivo! L’eterno, non filosofo per meno! Dio, non faccio teologia per meno! Posso fare entrare l’eterno entro i confini di un giorno, anzi di un momento? Spingo, mi dimeno, lo piego in quattro, in otto, lo riduco ancora di più, ma l’eterno non entra. C’è però una cosa alla quale non avevo pensato. Se l’eterno vuole, entra in un giorno, e persino in un momento. Com’è come non è, è intatto, lo controllo, sì, non manca niente. Sì, certamente, è l’eterno. Dire questo e tutto quello che potremmo ancora dire non significa altro che è del ‘concetto’ di Dio che stiamo parlando.

Importante ora ricordare quanto affermato da Sgalambro:

Io ho scritto canzoni… che rispecchiano perfettamente le mie idee… ce n’è una, ‘L’esistenza di Dio’ che è la traduzione del ‘Trattato dell’empietà’.

Ne segue la necessità di identificare e rileggere questi passi, affiancandoli alla canzone. Prima però credo utile riportare in ordine diacronico alcune altre precisazioni storico-teologiche del filosofo.
Per Sgalambro il tratto caratteristico della teologia di Rue du Fouarre –la teologia medievale che nei manuali è etichettata come Scolastica– fu il «livellamento dell’ente metafisico alle cose… qualsiasi cosa poi dicano i nostri amici di Rue de Fouarre, questo è ciò che hanno poi fatto». A ciò si possono poi aggiungere altri passi che saranno certo piaciuti a Battiato:

Nella metafisica medievale Dio è un pezzo di carne… dal mio posto di teologo… io ci ho dato sotto ma non ho mai sezionato il cadavere di un morto… in altre parole, ti rendo ampiamente edotto che Dio non è morto.

Precisiamo poi che Occam (Ockham, 1285-1347) è un esponente della tarda Scolastica che, sulle tracce di Tommaso d’Aquino, riesce a sottrarsi alle secche in cui si incaglieranno i razionalisti cartesiani ed illuministi, mantenendo ben salda la differenza ontologica che porta alla comprensione dell’immagine di Dio. Ora passando con un salto plurisecolare, che la brevità della canzone legittima, dal Medioevo all’Età Moderna, è utile un cenno in particolare a Lessing (1729-1781) che è qui presente per rappresentare l’Illuminismo (e forse, in parte, Kant). Sgalambro non ama l’Illuminismo e il razionalismo in genere. La Lipsia del Settecento diviene così simbolo del pensiero moderno, quello cartesiano e postcartesiano, che sostituisce l’Io a Dio come fondamento del mondo. In coerenza se non ho trovato riferimento a Lessing, possiamo almeno riportare una battuta polemica sull’Illuminismo definito come «Illuminismo pacioccone» (cfr. Trattato dell’empietà, p. 152 e p. 10).
Veniamo ora dunque ad una rapida antologia di passi tratti dal Trattato dell’empietà e dal suo sodale Dialogo teologico, in parallelo con i passi della canzone che vi si connettono.

Dialogo teologico,
p. 46
De mundo pessimo, p. 65
Per curiosità, ma anche per ribadire la centralità di questo concetto nell’opera di Sgalambro, informiamo che alcune delle opere del filosofo furono pubblicate da una casa editrice da lui battezzata, appunto, La pietra infinita.
De mundo pessimo,
p. 248
Incontro con Sgalambro, Perelandra, 3/4 gennaio-agosto 2002, p. 115
Teologia Scolastica: Rue du Fouarre cioè Via della Paglia è una delle più famose strade della Parigi medievale dove per la prima volta si tennero le lezioni di teologia dell’Università della Sorbona.
De mundo pessimo, pp. 210, 214, 219; Trattato dell’età, p. 21; Nietzsche, pp. 15-16. In De mundo pessimo, pp. 13 e 227, si ripete: «per un teologo Dio è un termine tecnico non un pezzo di carne».
Lessing, elaboratore peraltro dell’argomento dell’«orrido fossato», secondo cui non è razionalmente accettabile che l’infinito – Dio – sia manifestabile in una realtà storica e finita.
Soren Kierkegaard, epigrafe a Trattato dell’empietà
Trattato dell’empietà, pp. 33-34
Trattato dell’empietà, pp. 33-34 e 100
Trattato dell’empietà, pp. 32-33
Trattato dell’empietà, pp. 33-34
Trattato dell’empietà, p. 64
Trattato dell’empietà, p. 34
Dialogo teologico,
p. 46
«Con Pascal inizia la figura del teologo irregolare»
Cinismo e teologia, Trattato dell’empietà, pp. 98-99

La canzone allude al fatto che vi sono due strade per «immaginare Dio». La prima è un percorso razionale e scientifico e la seconda propone una traiettoria mistica e teologica. È la seconda prospettiva, quella mistico-teologica, che ci propongono Battiato e Sgalambro.

Per una comprensione meno sintetica della canzone è utile partire dal concetto espresso nell’ultima parte della canzone: «Ancora una cosa, / mente a Ockam prego: / Dio differisce dalla pietra / perché questa, dice, è finita. / La teologia vi invita, / anzi vi impone di, / immaginare / una pietra infinita». Essa deriva da questo passo di Sgalambro (Dialogo teologico) che esplicita il suo significato e quello complessivo della canzone:
Dicono che egli è sale, stella, fuoco, acqua, vento, rugiada, nube, persino roccia, pietra… ricordi ciò che sostiene Ockam? Dio differisce dalla pietra perché questa è finita. Ma io (teologo) ti dico: dobbiamo immaginare una pietra infinita.

[…]

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Giovane teologo non fare / come in Rue de Fouarre / dove si produceva amore, / si produceva per Dio / e arnesi per dimostrarne l’esistenza, che / già mostrava la sola competenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Lessing diciassettenne / arriva a Lipsia / per fare teologia. / Apprende prima la scherma e la danza. / La distinzione / e la lontananza. / Camice, prego



L’attributo ‘buono’ / delimita uno spazio, / segna una distanza.


 


Signori, anatomia! / Presto, bisturi. Klemmen her! / Signori teologi basta, ricucite.



 

Ancora una cosa, / mente a Ockam prego: / Dio differisce dalla pietra / perché questa, dice, è finita. / La teologia vi invita, / anzi vi impone di, / immaginare / una pietra infinita. / Camice, prego.

In un certo senso questo piccolo libro avrebbe potuto scriverlo uno studente di teologia’.

Il giovane teologo che inizia la sua professione confortato da segni favorevoli sia pronto a capovolgere l’usata destinazione (…) Il giovane teologo si curi inoltre della sua vocazione che non ha più incontrato favore e di ridarle quel credito che già ebbe in Rue de Fouarre.

Il giovane teologo
segua pure la Scolastica ma senza le sue premesse (Cosa è oggi un teologo? Uno scolastico senza scolastica).

(Il giovane teologo) si impegni alla necessaria freddezza con la quale eseguire l’analisi dell’ente. Maneggi le essenze (…) con (…) cupa professionalità (…) come un tecnico capace. Buttata sul suo tavolo da lavoro la nozione di Dio sia solo una res professionale.

Come si forma un teologo. Il più trascurabile dei suoi pensieri sia all’inizio l’oggetto della disciplina. Si disponga anzitutto alle sottigliezze della professione praticando la distinzione ad oltranza.

Per la scienza naturale degli attributi. Gli attributi non hanno quel senso che assumono in seguito. Dapprima delimitano uno spazio segnano delle distanze. In una parola consentono all’idea di Dio di funzionare.

Sono Suarez e Cano che reggono materialmente il discorso teologico. I loro lemmi circolano al di sotto, nelle nervature, dove si formano la materialità e il corpo fisico del discorso (…) Cano… in ogni caso mette Dio sul tavolo e lo tratta ‘comme un insecte’.

Dicono che egli è sale, stella, fuoco acqua, vento, rugiada, nube, persino roccia, pietra… ricordi ciò che sostiene Ockam? Dio differisce dalla pietra perché questa è finita. Ma io (teologo) ti dico: dobbiamo immaginare una pietra infinita.

Se il testo della canzone è fortemente sgalambriano, e lo approfondiremo ancora tra poco, nondimeno la locuzione L’esistenza di Dio la troviamo, forse per la prima volta, in un articolo di Battiato pubblicato su Gong nel 1974 e attraversa da allora tutta la ricerca, musicale e spirituale, di Battiato. A conferma l’intervista in calce, che illustra bene il clima spirituale dell’Esistenza di Dio.
A conclusione della canzone una voce recitante legge in tedesco il seguente brano intitolato Cinismo e teologia (tratto dal Trattato dell’empietà), del quale forniamo la traduzione e che si conclude con una frase che è un’autodefinizione e la rivelazione dell’appartenenza ad una precisa, anche se «irregolare», tradizione. E questo dunque il punto d’incontro con Battiato: essere entrambi «teologi irregolari».

La figura del cinismo entra nella teologia con un colpo d’occhio. Cinica è la visione di Dio già per se stessa.
L’osservazione di Simmel (‘Il cinico rivela la sua essenza nel modo più chiaro in contrapposizione al tipo dell’entusiasta sanguigno’) non risolve un facile problema storico, ma una vitale questione di concetti. Il fatto ad esempio che oggi la teologia debba dimostrare la bassezza di Dio.
Cinico è pure che la bassezza di Dio sia un sentimento da classe agiata al posto della devozione che Veblen riscontrava come connotato sicuro di essa.
Vero era invece il mantenimento di un rapporto assoluto che altrimenti sarebbe scomparso nella miscredenza generalizzata.
Il tono ironico e frivolo cui si è educati, secondo La filosofia del denaro di Simmel, dal denaro diventa un prezioso retaggio che ora il rapporto assoluto impiega per proprio conto.
Si costruisce così, come pendant, una teologia nella quale questi sentimenti entrano di diritto.
Si sgretola il tradizionale sentimento di Dio mentre si lascia immutato a pieno titolo l’obiectum litis, ma non c’è antinomia là dove l’intelletto abbassa il suo termine elevato e lo trova guardandosi sotto i piedi.
Mentre ogni ‘funzionario dell’umanità’ provvede ai bisogni della ‘cultura’ (come impiegatuccio o come filosofo di concetto…), si intravede un nuovo tipo di savant e di teologo. Sognare ad occhi aperti, fantasticare come un vagabondo, seguire l’ispirazione en artiste.
La visione del tramonto o del libero mare descritti dal vecchio narratore, appare ormai desueta. Lo sguardo sdilinquito del ci-devant diventa ora il luciferino regard che convoca le essenze con un fischio.
Le sue descrizioni predano il posto a quelle e si creano fedeli.
Con Pascal inizia la figura del teologo irregolare. (Solo più tardi si vedrà che non era possibile un’altra).