Le nostre anime

Dopo la morte di Sgalambro, Battiato scrive la canzone Le nostre anime che credo sia dedicata all’amico scomparso. Dietro il tenue velo di un’improbabile vicenda d’amore, è di vita, di morte, di percorsi iniziatici, di reincarnazione che si parla. E il dialogo continua al di là della morte.

A conferma di ciò, lo stralcio di un’intervista dove forse Battiato intende dire che anche l’amico filosofo Manlio Sgalambro si è reincarnato:

Non dico in cosa, ma lui non amava gli orientali e magari… Quando è morto ho sentito una presenza nella mia stanza e gli ho detto: ‘Hai visto che non si muore’. Lui non mi seguiva nei miei ragionamenti e pure, una volta scomparso, è stato sognato dalla mia cameriera che un giorno è arrivata da me con un grande narghilè. Quando le ho chiesto come le fosse venuto in mente mi ha risposto: ‘È un regalo di Sgalambro’.

Ma chi è Manlio Sgalambro e perché lavora con Battiato?

Sgalambro (nato a Lentini in Sicilia nel 1924 e morto a Catania nel 2014) per un ventennio collaboratore di Battiato è, oggi e per sempre, voce che scrive e canta, filosofo e scrittore di filosofia. Oppure, per usare ancora le sue parole «teologo»:

Ho preferito questa definizione, poco attuale … perché ritengo che i miei risultati scientifici siano in questo campo e legati dunque allo sforzo di ‘ripensare il concetto di Dio’.

Si veda, per una conferma di quanto affermato ora e in altri commenti, l’ardua canzone dal titolo, mai prima d’ora osato in canzone, L’esistenza di Dio, scritta nel 1995 con Battiato. È una canzone abissale, assoluta, che però già ci permette di cogliere come Sgalambro sia, per usare ancora qualcuna delle sue autodefinizioni, un autentico «sovvertitore», «terrorista della verità» e «guerriero della vita»: «Dio ci pesta a dovere e noi gli cantiamo in faccia». Dove, se è agonistico e non consolatorio il rapporto con Dio, è, in ultima analisi, solidaristico invece quello con gli uomini, con gli amici:

Vi saluto amici, ci vedremo domani… / se la notte non fa il suo colpo stanotte… (…) Guerriero della vita… L’armatura rimanda la Luce Originale.

Due i temi al centro della riflessione del filosofo siciliano. Il primo è quello dei complessi rapporti tra l’uomo e ciò che, per tradizione, chiamiamo Dio, l’altro è il tema della morte, di cui però Sgalambro non tesse affatto una apologia. Tutt’altro.
Da aver presente in questo senso, con il Leopardi del Dialogo di Plotino e Porfirio, la canzone del duo dal titolo significativo Breve invito a rinviare il suicidio. Ma anche altri passi delle opere di Sgalambro dove egli conduce una riflessione che sfocia in una scoperta della parola come balsamo e opposizione alla morte e alla precarietà della vita.
Al centro del pensiero di Sgalambro -ancor prima del suo incontro con Battiato- troviamo dunque, sullo sfondo di un’originale e profonda riflessione teologica, una filosofia del linguaggio, e dopo l’incontro con Battiato, una filosofia del canto vertiginosamente agita da un punto di vista sia teorico che pratico.

Comune a queste due stagioni di Sgalambro, la fede nel potere che ha la parola contro la morte e come strumento di consolazione e di cura: nella parola c’è luce, afferma Sgalambro, ma purché questa parola non sia vuoto flatus vocis ma sia verbo reale, voce capace d’opposizione e di resistenza ed anche, con coerenza, di tenerezza:

Il canto della tenerezza… la tenerezza nasce da questa forza compressa, che non si scatena intera, ma trattiene il respiro. Dalla coscienza di poter stritolare l’altro che si abbandona… Da qui nasce la tenerezza, come se a quegli si fosse data la vita, solo per non avergliela tolta.

Credo utile in questo senso il ricordare un verso in cui Sgalambro e Battiato sintetizzano questo percorso: «rallenta il cuore / muta la furia in ebbrezza, in tenerezza» (da La preda del 1998; ma il termine torna anche in Vite parallele del 2004: «E già qui vivo vite parallele / ciascuna con un centro, una speranza / la tenerezza di qualcuno», e prima ancora in Fornicazione del 1995).
Esiste così, in questo mondo che possiamo definire con Fichte e Lukacs «della completa peccaminosità», il bene, la possibilità inesausta del bene: è questo –se ho inteso in modo retto l’arduo pensiero del filosofo di Lentini– il sacro per Sgalambro e questo il punto d’incontro, mobile e creativo, dell’amicizia con Battiato e del loro libero patto artistico. Precisa però con forza Sgalambro: «Bisogna pensare l’idea del bene in modo che in essa ci sia collera» (si ricordi il Vangelo e «l’amorevole collera» di Gesù contro i mercanti del tempio), ma anche: «La ferocia del bene è un balzo di tigre che azzanna…» e ancora: «Riferita all’individuo… l’idea di bene è un movimento inverso a quello della morte. Volere che l’altro non muoia: questa è la futilità del bene e la sua inettitudine».
Non è un caso dunque che il primo libro di Sgalambro s’intitoli in maniera apocalittica La morte del sole (1982), ma si ricordi, per cercare di capire almeno un poco le ragioni profonde di un incontro e di una amicizia non casuali, l’esistenza di oggettivi punti di convergenza fra la ricerca esistenziale di Battiato e quella speculativa di Sgalambro che
crediamo di avere meglio evidenziato nel corso del libro. Queste, in coerenza, le parole con le quali i due amici ricordano il loro incontro e il loro lavoro comune:

Battiato: Era il ’93, ci incontrammo a una serata dedicata a un poeta siciliano. Lo immaginavo un ‘trombone’, mi sono subito ricreduto… fra me e Sgalambro oggi c’è anzitutto un’amicizia che è, come ho sempre sognato, una bellissima collaborazione. Il nostro incontro non dà frutti per contrasto ma per affinità. Abbiamo la stessa idea del processo evolutivo di un brano.
Sgalambro: Mai avrei immaginato che il nostro sodalizio sarebbe durato nel tempo. Meglio quando qualcosa d’imprevisto diventa realtà, è ancora più glorioso di ciò che era chiaro che avvenisse.

Vorrei far notare che nelle loro parole, anche dette in spontaneità e fermo un ethos comune, è comunque presente un mondo e una percezione diversa, anche linguistica, del mondo, entrambe dunque libere e paritarie, non sottomesse. A conferma ancora altri interventi:

Adesso abbiamo un affiatamento che prima non c’era. Credo che si veda anche sul palco, nei concerti. Ho sempre scritto i miei testi, sono sempre stato un cosiddetto ‘cantautore’, addirittura per molti pezzi ho scritto prima i testi e poi li ho musicati. Ora ho chiuso quel periodo. Non amo ripetermi, così anche nel campo di quella musica parallela che faccio e che potremmo chiamare classica: ho scritto una Messa Arcaica che per me rimane una vetta della mia produzione, ma non mi metterò a fare una messa bis. Devo affrontare altri messaggi e altri materiali. L’arrivo di Sgalambro mi ha fatto fare i conti con una prosa che ti può sembrare non naturale come la tua, ma nello stesso tempo mi ha dato una diversità di approccio al mio lavoro e mi ha fatto superare problemi nuovi nella scrittura musicale… Con Sgalambro ci siamo conosciuti nel ’93, alla presentazione d’un libro di versi. Scoprii che quel filosofo aveva un senso acuto dell’ironia, e venne naturale lavorare insieme. Ci diamo del lei e ci vediamo di rado: lui mi manda i suoi testi per fax e io li musico, oppure gli mando quelli che ho abbozzato e lui li completa. Poi, in una fase più avanzata della lavorazione, io mando una cassetta a Manlio con un abbozzo di musica e lui me la rimanda con qualche idea di testo. Andiamo avanti così, con grande beneficio delle poste, fino a lavoro ultimato. E devo dire che continuiamo a divertirci molto. Siamo due tipi tosti, ma non per questo ottusi.

Io credo che sia da questa dichiarazione, profonda e sincera, che si possa partire per capire la magia di un incontro che si è rinnovato nel tempo, liberamente e con sempre più forte coinvolgimento anche del pubblico e affrontando anche generi diversi, dal teatro al cinema.
Ma intanto ancora una battuta di Battiato:

Santerini: Lei ha detto che scrivete insieme soprattutto a distanza. Perché vicini vi azzannate?
Battiato: No. Alla mia età, devi sapere questo definitivamente, se io dovessi avere problemi con qualcuno, anche un minimo di discussione su una cosa, non potrei continuare il rapporto perché non ho tempo da perdere. È che ognuno fa il suo lavoro: lui sa benissimo che la musica ha la priorità nel campo della musica, non c’è niente da fare. Quindi, quando mi manda i testi, sa che con la forbice faccio quello che trovo giusto, non quel che mi gira.

A cui s’accompagna una dichiarazione di Sgalambro sull’ethos della scrittura: «Ritengo indispensabile un ethos della scrittura» dove è da notare che viene espresso, pur con un cambio di linguaggio molto forte, lo stesso concetto. Date queste premesse non può stupire che ciò che cantano e scrivono insieme, sia un desiderio autentico di moralità da cui, ad esempio, questa canzone comune:

Ho attraversato la vita inferiore / seguendo linee per moto contrario. / Sfruttando per le mie vele / flussi di controcorrente. / Cercando sempre le cause / che mi hanno insegnato ad andare / con disciplina anche contro le mie inclinazioni. / (…) In verità non mi sono mai legato e adesso / la mia vita fugge in diagonale. / Ritorna prepotentemente un desiderio morale / la mia vita cerca fughe in diagonale / per accelerare le calde influenze del sole. / Osservo la mia condizione / il mio prezioso ed alterno passato / le mie bizzarre imprese / sono mercurio colorato / un salto oltre ciò che abbassa / pinna in altro mare / e intanto la mia vita fugge in diagonale. / Ritorna prepotentemente un desiderio morale.

Così Running against the grain, una canzone che è, anche, un’ideale e comune autobiografia e Battiato, parlando per entrambi, afferma:

Questa canzone è una specie di manifesto autobiografico, in fondo tutta la mia vita è stata una corsa contro corrente, mi sembrava giusto sottolinearlo.

Insomma con Battiato e Sgalambro si arriva subito e vertiginosamente a quelle che Dostoevskij chiamava «le maledette questioni ultime», ossia quelle riguardanti «il bene e il male, l’esistenza di Dio e del diavolo, i temi capitali della società e della politica».
Il collante comune della loro ricerca è quindi una dimensione fortemente teologica ed etica e volta ad illuminare ciò che è sacro per l’uomo. Significativo in questo senso il ricordare che l’opera di Sgalambro che entusiasmò Battiato nel 1993 s’intitoli Dialogo teologicoReplica in questo senso Battiato a chi afferma che nei suoi dischi con Sgalambro sembra mancare il misticismo, così abituale nei suoi dischi precedenti:

No che non manca, è solo più sotterraneo. Come al misticismo s’addice: altrimenti un madonnaro sarebbe più mistico di un mistico o di un maestro zen.

Infine, su Sgalambro come autore di testi, non bastasse il giudizio complice ma autorevolissimo di Battiato, credo giusto far parlare un professionista dell’importanza di Lucio Dalla:

Mi affascina il ‘tradursi’, il ‘rendersi accessibile’ di un filosofo come Manlio Sgalambro, che propone un modello musicale fino ad oggi sconosciuto in Italia e che tra l’altro è l’autore de ‘La cura’, il testo più bello degli ultimi anni.

Se la scommessa artistica di Battiato aveva in passato già allargato enormemente la spazio del cantabile, ciò era avvenuto in chiave prettamente esistenzial-religiosa, non ancora in campo apertamente filosofico e teologico. L’istanza avanguardista di Battiato si è incontrata così, nella sua reiterata oltranza creativa, con il pensiero vertiginoso, teologico ed iconoclasta ad un tempo, di Sgalambro. La reazione a catena già in atto nella canzone e nell’arte di Battiato ha assunto pertanto un fortissimo moltiplicatore.
A conferma di quanto così apoditticamente affermato, mi pare utile riportare ciò che sinteticamente e con esattezza afferma Gino Castaldo:

L’incontro tra Battiato e Sgalambro sembrerebbe di quelli destinati ad essere impossibili, ed invece funziona, e funziona anche molto bene, portando nella canzone italiana un’ulteriore novità… non solo per l’innesto di quel pensiero filosofico di cui è naturale portatore Sgalambro, ma anche opera una specifica scelta linguistica. L’originalità di Sgalambro autore di testi è nella ricerca di parole-concetto che normalmente nessuno penserebbe di inserire in una canzone, ma che poi si scopre possiedono una loro densa e suggestiva musicalità. È ovvio che tutto ciò è reso possibile dalla straordinaria storia musicale di Battiato, ovvero dalla costruzione di un terreno in cui possono crescere indisturbati fori così inediti e delicati. Non sempre riesce, è ovvio. Talvolta in queste canzoni il testo finisce per pesare troppo, ma quando il miracolo riesce, ci può scappare il capolavoro. Un esempio? Ascoltate la canzone che si intitola ‘La cura’.

Qui Castaldo, con la sua consueta acutezza, sta integrando una propria precisa valutazione con una frase più volte ripetuta da Battiato:

La partenza di questa collaborazione è arrivata in un mio momento di saturazione anche di scrittura dei testi. Consideravo chiuso un periodo. Aspettavo così un cambio, un giro di boa. L’arrivo dei testi di Sgalambro mi ha messo di fronte a una scelta perché fino a quel momento… io censuravo automaticamente tutto ciò che poteva sembrarmi sgradevole… È più facile per un compositore che scrive anche i testi fondere le parti, perché nella scrittura letteraria, essendo musicista, ci metti dentro già quel ritmo che poi sarà facile decodificare nel momento della composizione. I testi di Sgalambro mi hanno fatto frequentare, come dire, un altro giardino… mi hanno costretto a una lotta stringente… E ciò mi ha dato la possibilità di allontanarmi dal pericolo di ripetere me stesso all’infinito… Era la strepitosa forza delle parole di Sgalambro, che rappresentavano altro da me, a portarmi a fare i conti con questo. Un brano come ‘Fornicazione’, quando me lo ha mandato, come facevo ad ignorarlo? Certo mi dava anche qualche problema, però alla fine ne sono molto contento.

Secondo una leggenda maori, «Dio stesso creò la canzone. La impastò
di lacrime e sangue e vi mescolò il riso per renderla morbida. Vi aggiunse sofferenze e dolore di giornata. Poi le ordinò di divertire gli esseri umani».
La linea filosofica dalla quale viene Sgalambro può essere sintetizzata nei nomi di Pascal: «Con Pascal inizia la figura del teologo irregolare», figura in cui evidentemente si identifica, Kant: il legislatore di una «grande etica futura» e quasi il «filosofo della fine del mondo», Schopenhauer e Nietzsche.
Il grande maestro di Sgalambro è però Schopenhauer (un filosofo che già lo storico della letteratura Francesco De Sanctis aveva avvicinato a Leopardi, uno dei numi tutelari della poesia di Battiato…) tanto che egli definisce Il mondo come volontà e rappresentazione, l’opera fondamentale del filosofo tedesco, «un libro che mi ha cambiato la vita. Lo comprai nel 1943, fu un colpo di fulmine».

Su Nietzsche il giudizio di Sgalambro è particolarmente complesso: da
un lato Sgalambro dichiara di non amarlo molto e, d’altro canto ha dedicato alla sua figura una raccolta di scritti filosofici in versi (Nietzsche, frammenti di una biografia per versi e voci, 1998), ma soprattutto lo ritiene quello che potremo definire il «padre della musica leggera». Questo ultimo giudizio in particolare non si fonda ovviamente sui suoi Lieder, che sono modesti componimenti musicali ma sulla profezia di Nietzsche: «Giungerà un giorno una musica, una musica dionisiaca», in Nietzsche contra Wagner, che ora si è adempiuta: «Questa musica è giunta… è la musica leggera».
In coerenza a tutto questo afferma Sgalambro, in un’altra sua opera da collocarsi al confine incerto tra etica ed estetica:

La musica non ha ethos. Ethos ha l’ascolto… Qualsiasi cosa voglia l’autore, essa se ne va per i fatti suoi. Tutto il resto è ascolto. Qui avviene il miracolo. La fine del mondo è rimandata… La musica non dovrebbe ‘piacere’. Dovrebbe essere oltrepassato il livello di guardia entro cui si costituisce, secondo Kant, il giudizio estetico, ossia che il bello piacerebbe senza piacere… Solo l’ascolto ha ethos… chi ascolta veramente, ascolta l’ascolto. Chi ascolta veramente, ascolta la fine del mondo.

Fermo l’aspetto apocalittico del pensiero di Sgalambro (che qui si mostra
e che abbiamo già più volte richiamato), è opportuno sottolineare, ancora in campo d’estetica musicale, un’altra affinità elettiva con Battiato:
il comprensibile, date queste ascendenze filosofiche, attacco frontale
al filosofo Theodor W. Adorno, e in specifico ai suoi cosiddetti Scritti di
sociologia della musica. Sgalambro infatti li ritiene viziati da un inguaribile aristocraticismo, aristocraticismo che è di Adorno e non è di Sgalambro, il quale compone invece, significativamente dopo il suo incontro con Battiato –e a rilanciare la profondità del loro incontro– una travolgente Teoria della canzone, uno dei vertici della consapevolezza estetica contemporanea e per certo la fondazione di principio di una semiotica dell’arte della canzone:

La musica ultimamente rifiuta la teoria e la teoria la ricambia. La filosofa della musica –genere che amiamo– la perde per strada… mentre la musica reale viene disertata dalla riflessione. C’è una teoria del rock all’altezza della situazione? Insomma, ci troviamo davanti a una musica per vivere: che fa la filosofia?

Sgalambro per primo raccoglie la sfida e inizia con il rivendicare la
possibilità per la canzone di essere arte: «Le distinzioni tra musica leggera e no sono cicatrici inferte alla musica stessa» (un’affermazione mille volte fatta e agita da Battiato!). E ancora:

Teoria della canzone significa non che la canzone viene elevata a dignità dalla teoria ma che la canzone eleva a dignità la teoria che se ne fa carico… La canzone è la più breve opera dello spirito eppure ne possiede tutta la solennità…. tenendoci per mano la canzone ci fa da guida, maestra dell’attimo, ispiratrice del fugace. Le tenebre più fitte si diradano, dove qualcuno canta.

L’importanza della canzone non è solo frutto di riflessione teorica: «la
canzone come teoria è un occhio puntato su questo secolo», ma dato di fatto sociologico:

Gli esperti informano che si ascoltano di media tre ore e più di musica al
giorno… (La canzone, ndr.) è al presente la sola delle arti che riesce praticamente a raggiungere tutti. Ciò non dipende dalla volontà del singolo, come ad esempio pittura e letteratura, ma in essa ‘siamo, viviamo e ci muoviamo’… Questo basterebbe già a tirarne fuori un’estetica… la teoria della canzone aspira ad essere un capitoletto dell’estetica della musica… Portare a teoria la canzone significa quanto meno portarla a livello dell’oggettività richiesta perché essa non sia solo goduria (secondo il ritornellino: bello è ciò che piace…) ma venga sottoposta a giudizio. Non quello pratico del critico ma al giudizio teorico e quindi all’estetica.

Il progetto di Sgalambro, la sua costituenda «filosofia della canzone» si differenzia però nettamente, come già detto, da quella di Adorno:

L’adorniana ‘filosofia della musica moderna’ diventa ‘filosofia della musica leggera’… La filosofia della musica (di Adorno, ndr.) –che persiste a spulciare opere, quartetti, sinfonie– si trova a malpartito… la musica della filosofia della musica (di Adorno ndr.) è musica che non c’è.

Nell’affrontare però «la musica che c’è… la musica di tutti i giorni», Sgalambro non rinuncia però alla sua consapevolezza filosofica maturata da Pascal, Kant, Schopenhauer e Nietzsche, e afferma:

Le cose vanno tanto male che abbiamo bisogno della musica leggera… Non c’è alcun dubbio. Per la coscienza musicale odierna il lungo grido del rocker Jim Morrison nel concerto dei Doors al Singer Bowl è musica seria. L’acuto di un soprano al Metropolitan è popular music… La canzone è la forma musicale dominante dell’epoca contemporanea… Nei testi di canzone sembra si sia concentrata tutta la poesia possibile del nostro tempo, come se essa vi esalasse l’ultimo o il penultimo respiro. D’altra parte il testo di canzone è un corpo sonoro, inscindibile dalla musica che gli è toccata in sorte: il destino della canzone è altro da quello della poesia ed entrambi sono quindi imparagonabili.

Prettamente filosofica, ma anche di esperienza comune, è la domanda che segue e che Sgalambro si rivolge e ci rivolge,

Se la canzone appartiene all’estetica o all’etica o a tutte e due o a nessuna delle due e solo a musica. Ma un’estetica diligente oltrepassa sempre i suoi limiti e sconfina nell’etica… La teoria della canzone… ha una preferenza per l’etica

(e, conoscendo Sgalambro e Battiato, siamo veloci nell’aggiungere per
la teologia; con un’ulteriore precisazione: «In un trattato di etica del
nostro tempo la canzone dovrebbe entrare di prepotenza come una
fattispecie della più severa morale».
Se tutto questo è vero, e se «lo spirito della musica si incarna oggi nella
canzone», non è meno vero che la canzone è «musica che non tiene a se stessa. Che si butta via, che dà la felicità agli altri e poi se ne va in punta di piedi questa musica così leggera, anzi così sventata».
Dunque quale il valore della canzone?

Per capire la forma canzone in modo giusto occorre uno sguardo metafisico, non meno che per capire un integrale… Il cantante è la guida autorizzata di quest’età alessandrina. L’ermeneuta princeps che conduce per mano, attraversando tra suono e voce l’inferno della contemporaneità. Egli comanda ai segni. La sua voce dolce e soffusa, o ruggente e animale, distrae per un momento il Grande Guardiano e fa fuggire i prigionieri. Mentre egli canta tace anche la morte.

Che queste ultime parole siano anche un ritratto di Battiato, ovviamente per pudore e discrezione Sgalambro non lo dice; mi sembra però facile,
ma rigorosa, esplicitazione: si noti in questo senso che il libro di Sgalambro è dedicato proprio a Battiato.
Alla luce di tutto questo credo di poter dire con più ragione che il breve
libretto di Sgalambro, ellittico e rapsodico, poco più di sessanta brevi
paginette, è nondimeno un testo assolutamente fondativo, che getta appunto sinteticamente le basi filosofiche e di principio di una semiotica
dell’arte della canzone. Dunque la sua giustificazione di principio, non
una sua esatta definizione.
Si potrebbe, ad esempio, contestare a Sgalambro, nel suo travolgente
dettato, di non distinguere, esattamente, canzone d’arte e canzone
come mera espressione commerciale; di non illuminare, con precisione,
i rapporti tra canzone, canzonetta e rock; di usare una locuzione vaga
e obsoleta come musica leggera… ma de minimis non curat pretor e
Sgalambro veste i panni curiali di chi non ha bisogno di essere accademico per essere filosofo, di chi non ha bisogno di una bibliografia
per giustificarsi… Sgalambro infatti apre una strada: la definizione filosofica della canzone come possibilità estetica; altri, epigoni, perfezioneranno il suo splendido e sintetico dettato.
Questo libretto di Sgalambro e il suo incontro con Battiato –il quale a
sua volta definisce Teoria della canzone un «libro estremo, radicale»
(così nella fascetta che accompagna il libretto e che riprende un’intervista a la Repubblica: senza data ma probabilmente del 1997)– sono il
capitolo finale della redenzione di una cosiddetta arte minore, quella
della canzone, il suo riscatto filosofico e di principio e anche, possiamo
aggiungere, il senso filosofico di un incontro artistico.
Se dunque è ovvio dire che Battiato, con Sgalambro, ha scritto una
pagina importante della canzone d’arte italiana, è vero anche che i
due artisti insieme, Sgalambro e Battiato, hanno composto una pagina
importante dell’estetica e della semiotica dell’arte contemporanea.

Francesco Rigatelli, La Stampa, 11/12/2014
Manlio Sgalambro: filosofia, teologia e teoria della canzone
Dialogo teologico, pp. 31-32
Teoria della canzone, p. 42
Piccolo pub, 1995
cfr. commento e canzone Breve invito a rinviare il suicidio, 1995
si veda, ad esempio, Anatol, pp. 125-126, ma anche il capitoletto intitolato Il balsamo ne La consolazione; i titoli non sono naturalmente casuali!
A fianco della scrittura e della partecipazione ai dischi di Battiato e alle sue tournée, Sgalambro scrive alcuni importanti saggi quali Teoria della canzone del 1997 e Contro la musica, in De mundo pessimo (2004)
Trattato dell’empietà, p. 133
cfr. Fornicazione, 1995; La preda, 1998; Vite parallele, 2004
Anatol, pp. 125-126; cfr. anche De mundo pessimo, p. 67
G. Pozzi, Corriere della Sera, 13/4/2001; R. Tortarolo, Il Secolo XIX, 21/10/2003
Cesare G.Romana, Il Giornale, 1/5/2001; Claudio Fabretti, 4/8/2003
G. Santerini, Capital Tribune, novembre 2004
Dialogo teologico, p. 12
Running against the grain, 2001
L. Reggiani, Io donna, 28/4/2001
cfr. Franco Fortini, Dostoevskij, in Fortini-Jachia, Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma, 1991
cfr. intervista di Battiato a M. Grassi, Panorama, 30/6/1995
C. G. Romana, Il Giornale, 24/9/1998
Lucio Dalla, intervista a C. Moretti, la Repubblica, 1/8/1997
G. Castaldo, Musica, 9/4/1997
E. Di Mauro, Fenomenologia di Battiato, Auditorium, Milano, 1997, p.90, e J. Giustini, Carta da musica, Minimum fax, Roma, 1999, p. 7
Appendice: Sgalambro dalla filosofia alla teoria della canzone; cfr. Sgalambro, Teoria della canzone, p. 22
Sette, n. 49, 2001; da ricordare poi che al grande filosofo è dedicata una pièce teatrale che la coppia ha portato in scena tra il 1996 e il 1998
cfr. ad esempio Dialogo teologico, p. 52
cfr. articoli di Sgalambro ne la Repubblica, 16/6/1995 e Panorama, 30/6/1995; p. 99; De mundo pessimo, pp. 89-90: ricordiamo che Kant è il protagonista di un ciclo di prose poetico-filosofiche di Sgalambro intitolate Opus postumissimum, del 2002
cfr. Teoria della canzone, p. 33
Contro la musica, pp. 34, 36, 48 e 49 e passim
Teoria della canzone, pp. 5-6
Teoria della canzone, pp. 9 e 14
Teoria della canzone, pp. 20 e 55
Teoria della canzone, pp. 21 e 43
Teoria della canzone, pp. 51-52, 30 e 29
Teoria della canzone, pp. 21 e 18
Teoria della canzone, pp. 43, 27, 28, 9, 50, 52
semiotica dell’arte della canzone

Dopo la morte di Sgalambro, Battiato scrive la canzone Le nostre anime che credo sia dedicata all’amico scomparso. Dietro il tenue velo di un’improbabile vicenda d’amore, è di vita, di morte, di percorsi iniziatici, di reincarnazione che si parla. E il dialogo continua al di là della morte.

A conferma di ciò, lo stralcio di un’intervista dove forse Battiato intende dire che anche l’amico filosofo Manlio Sgalambro si è reincarnato:

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