La porta dello spavento supremo

La porta dello spavento supremo chiude significativamente l’album del 2004 Dieci Stratagemmi e Battiato e Sgalambro hanno più volte definito questa canzone un testo «metafisico». E, in effetti, La porta dello spavento supremo è, in primo luogo, una riflessione audace e apocalittica sulla caducità delle vicende umane, e poi sulla serena e distaccata accettazione dell’ineluttabile fine della nostra esperienza terrena. Ma la morte, è bene subito precisare, non è da considerarsi tanto una fine assoluta quanto un passaggio, una porta verso altri mondi e «visioni». Questo il valore del sottotitolo Il Sogno; dunque, parafrasando un’altra canzone intitolata significativamente Sai dire addio ai giorni felici, potremmo dire che al di là della Porta dello Spavento Supremo, «le visioni si faranno presenze». Sai dire addio ai giorni felici si ascolta in coda a Invito al viaggio, la canzone che chiude Fleurs del 1999, in qualche modo è una traccia fantasma il cui testo recita così: «Ascolta nel fondo dell’ombra / una visione ti viene incontro / un giorno senza tramonto / le voci si faranno presenze. / Sai dire addio ai giorni felici?». Credo sia una precisa ed efficace parafrasi della dinamica esistenziale che presenta anche La porta dello spavento supremo. La parola «visioni» la troviamo ancora in Le nostre anime. I concetti qui espressi si ritrovano, in modo quasi speculare, nell’incipit della canzone intitolata Io chi sono: «Io sono. Io chi sono? / Il cielo è primordialmente puro ed immutabile / mentre le nubi sono temporanee / le comuni apparenze scompaiono / con l’esaurirsi di tutti i fenomeni / Tutto è illusorio privo di sostanza / Tutto è vacuità» (sul concetto buddhistico di Vuoto/Vacuità vedi approfondimento più avanti).
È con questo spirito che Battiato e Sgalambro rimandano per una comprensione complessiva in particolare ai Veda e alla tradizione induista e buddhista: «Proviene, infatti, dai Veda del Buddhismo dove si dice che per passare a sfere più elevate devi abbandonare non solo la materia ma anche la sua memoria». E dei Veda la canzone mantiene la limpidezza e profondità concettuale. Credo, in effetti, che La porta dello spavento supremo sia una canzone, a un tempo, molto carica e densa quanto molto diretta ed esplicita. In particolare riteniamo sia centrata sulla contrapposizione tra perenne e impermanente, ovvero sulla contrapposizione tra la dura «pietra grigia» che simboleggia il Nulla e l’Eterno e i colori luminosi e bellissimi dei campi e delle donne, nondimeno destinati a svanire con la loro alterigia e con la loro fragile superbia. Forse qui (dietro il legame tra Tutto e Nulla) anche un richiamo ad un altro concetto centrale per il Buddhismo, quello di Vuoto (meglio Vacuità), un Vuoto in cui tutte le cose si identificano oltre il velo delle apparenze; dunque non un’entità autenticamente reale ma solo l’eliminazione di tutte le illusioni provocate dalle opinioni; insomma quello a cui si fa cenno è l’Inesprimibile, al di là di ogni designazione logica o concettuale, ma anche dell’essere e del non-essere, dell’affermazione e della negazione. Ancora un frammento, coerente con quanto stiamo dicendo, dalla conclusione della canzone intitolata, con scelta forte e densa di significato, Niente è come sembra:
«È stato solo un presentimento / ti voglio ricordare che / niente è come sembra / niente è come appare / perché niente è reale».
In coerenza anche le scogliere sono simboli effimeri (neri e oscuri) rispetto al mare che è bianco ed eterno (sappiamo che il bianco, da L’era del cinghiale bianco e dalla tradizione cui Battiato si richiama, è il colore della spiritualità). Le parole-chiave sono dunque, contrapposte e correlate, tutto e nulla (fino ad arrivare a dire, in chiave però non nichilistica ma buddhistica, che il Tutto è Nulla).
Dunque le frasi e i concetti della canzone (davvero frasi-mondo!) potrebbero dunque essere sciolti così: dalla parte oscura della contingenza e del cosiddetto reale guardavo (cercavo di guardare) l’Eterno (che come il mare biancheggiava sovrastando l’oscurità) e riflettevo su ciò che non si dissolverà mai; passato, presente e futuro infatti, al contrario dell’Eterno, si dissolveranno e noi stessi svaniremo con lo svanire del tempo. Nondimeno la morte, lo spavento supremo, al quale comunque ci dobbiamo preparare, non deve essere vista in sé, e dunque come fine assoluta, ma come «porta», come passaggio verso altri mondi, altre vite.
L’ultima frase in particolare (e il titolo) può essere meglio compresa richiamando il fatto che la porta è essenzialmente un luogo di passaggio, e come tale rappresenta «la transizione da uno stato all’altro, e specialmente da uno stato esterno a uno stato interno, almeno relativamente, tanto più che questo rapporto fra l’esterno e l’interno, a qualunque livello si situi, è sempre paragonabile a quello tra il mondo terrestre e il mondo celeste». La morte non è dunque da vedere come una fine ma come un passaggio verso quello che Battiato chiama «altri mondi».
Se questo, brutalmente, il senso della canzone che è incardinato sull’opposizione tre Eterno ed effimero e sul nostro rapporto con la morte e lo svanire delle cose, viene naturale quindi chiedersi quali siano i confini che apre La Porta della Spavento Supremo e questa la risposta di Battiato: «Parlare di confini quando si sfiora l’Immenso è assolutamente impossibile: è il momento dell’espansione massima, superati i velami dell’apparenza. Ci sono persone, esseri speciali, che hanno compreso già in questa vita e a patto di grandi sacrifici il significato del passaggio fatale. Per loro l’abbandono del corpo rappresenta l’atteso Premio, così l’attraversamento sarà per essi molto più importante della permanenza (…) E credo anche nell’assunto della dottrina buddhista volto a sostenere come un uomo che abbia compiuto del male in questa dimensione arrivi a reincarnarsi in esseri inferiori: un bruco ad esempio. Questo ci deve anche condurre al rispetto di ogni forma animata, perché in essa c’è la traccia del divino e del suo decreto evolutivo insito in ogni essere». «Fidatevi, la morte non esiste… –precisa ancora Battiato– Quel che voglio far capire… è che nessuno di noi muore mai: ciò che facciamo è solo passare da uno stato a un altro stato. (…) Il rapporto con la morte dei grandi mistici tibetani è straordinario. Per loro morire è un’opportunità, e all’appuntamento fatidico possono realmente arrivare con la gioia nel cuore». In coerenza cioè con quanto Battiato scrive in Le nostre anime (2015): «Abbiamo attraversato una vita piena di cambiamenti / abbiamo imparato a contemplare la natura e i desideri… / le visioni arriveranno improvvise e impensabili / (…) Le nostre anime cercano altri corpi in altre mondi / dove non c’è dolore / ma solamente pace e amore, amore».

Riccardo Chiaberge: Il Tibet: c’è mai stato, Battiato?
Battiato: Mai. Anche se conto di andarci in futuro. Io sono sempre stato più legato al Medio Oriente, al mondo arabo. I sufi, i mistici islamici. E autori come Gurdjeff, ai confini tra Oriente e Occidente.

Sappiamo, lo abbiamo detto e lo stiamo per ribadire, che le caratteristiche principali di Battiato sono l’onestà intellettuale, il misticismo e la libertà di ricerca (e questo anche il motivo dell’incontro con un pensiero altro come quello di un «teologo empio» quale Manlio Sgalambro). Fermo ciò, abbiamo notato nella produzione di Battiato una curvatura (un’intensificazione) dell’attenzione sul Buddhismo. Significativo il fatto che la prima citazione esplicita dai discorsi attribuiti al Buddha si riscontri in una canzone del 2001, Il cammino interminabile, dove l’incipit parafrasa questo passo del Majjhima Nikaya: «Se vuoi conoscere il tuo passato, sapere cosa ti ha causato, allora osservati nel presente, che è l’effetto del passato. Se vuoi conoscere il tuo futuro, sapere cosa ti porterà, allora osservati nel presente che è la causa del futuro». O che i titoli di alcune delle sue opere successive possano essere definiti parabuddhistici: Il Vuoto, Niente è come sembra, Attraversando il Bardo. Sguardi sull’aldilà, Tibet… ma faremo cenno meglio a questo più avanti e in altri commenti.

Giulia Santerini: Tu credi nella reincarnazione, basta riascoltare l’attacco di Caffè de la Paix. Da dove questa certezza (se è una certezza)?
Battiato: Se tu hai il senso di aver vissuto una cosa, di averla vissuta veramente e hai delle coordinate che ti fanno capire che quella cosa è veramente così, e poi nel tempo si conferma, non puoi parlarne con qualcuno che non sa di questo: è inutile, è tempo perso…
Giulia Santerini: Ma tu chi o cosa vorresti diventare?
Battiato: Be’, nei Veda si descrive il passaggio attraverso la porta dello spavento, questa possibilità di trasferimento in una zona dove la materia non c’è più…
Giulia Santerini: Quindi tu non vorresti diventare più?
Battiato: Sì. Vorrei non essere.

Battiato allude alla condizione dell’arhat (traducibile -in forma davvero pressappochistica- con santo o meglio come «colui che è degno», sottointeso, di entrare nel Nirvana) «colui che ha fatto ciò che era da farsi (…) la sua condizione è caratterizzata… da una Liberazione essenziata di Vuoto». Ma si veda anche il Bhagavad-Gita («Il canto del glorioso signore») il cosiddetto Vangelo dell’Induismo: «Ora lo Yogin che persegue l’intento con tutta la sua energia, purificato da ogni macchia, giunto alla perfezione, al termine di una pluralità di nascite, accede finalmente al destino supremo». Oppure nelle cosiddette Parabole buddhiste: «Questo disse il Sublime… Impermanenti sono tutte le cose / esse sorgono per tramontare / si formano per trasformarsi: beato colui che giunge alla fine!».

La ricerca del sacro è uno dei temi principali della sua opera. In una canzone diceva ‘cerco le immagini del sacro anche quando dormo’. Che significa?
Sin da quando ero piccolo il mio rapporto con l’esistenza è sempre stato metafisico. Un senso che continuo ancora a trascinarmi dietro e che ringrazio di avere.
Ma quale sacro?
È una dimensione che bisogna provare per comprenderla. Per entrare davvero nel sacro bisogna lasciarsi alle spalle molte grossolanità della vita. Una canzone del mio nuovo album si chiama La porta dello spavento supremo, in cui dico che per raggiungere vere dimensioni spirituali occorre abbandonare anche la memoria della materia. Altrimenti in quella dimensione non si entra.

Alessandra De Vita: Immagino lei non abbia paura della morte?
Battiato: Sarei un bugiardo se ti dicessi questo. A certe cose ci sono arrivato dopo tanti anni di studi e ricerche, ho avuto delle esperienze. Dopo, reintrodurmi non è stato semplice, facevo fatica a riconoscere gli esseri umani, mentre ero in strada, o sul tram; era strano: non capivo se ero pazzo o un mistico. Ma ho capito che il viaggio su questo pianeta è determinante. Bisogna evadere le regole dell’universo.

Battiato: La morte ora non mi fa paura. Alla mia età (68 anni) si entra in certe zone in cui il rapporto con il soprannaturale diventa più intimo; intendiamoci, non sono così imbecille da credere di aver raggiunto chissà cosa, ma sono in contatto diretto con la morte, al punto da controllare la paura… Paura di cosa? I fantasmi sono autocreati; la realtà oggettiva è un’altra. Morire è come un sogno. Credo nel karma, può esserci una felicità tremenda fuori dalla prigionia del corpo. Credo nella reincarnazione, ma se sono stato un santo o un assassino non fa nessuna differenza, anche se ho delle intuizioni di vite passate credo di essere stato donna nei primi del Novecento… Non sa cos’è per me quell’albero di ciliegio. Quando è in fiore è di un bianco accecante. Questa per me è la metafisica. C’è un roseto qui sotto, ogni tanto i fiori mi omaggiano della propria presenza, si arrampicano fin sotto la finestra. (…) Nascere esseri umani è un grande privilegio… abbiamo il libero arbitrio. Anche se ho visto cani molto più spirituali di tanti uomini».

La parola «zone» è parola-chiave in Battiato. Ad esempio: «Difendimi dalle forze contrarie / la notte nel sonno quando non sono cosciente / quando il mio percorso si fa incerto / e non mi abbandonare mai / non mi abbandonare mai. / Riportami nelle zone più alte / in uno dei tuoi regni di quiete / è tempo di lasciare questo ciclo di vite / e non mi abbandonare mai / non mi abbandonare mai.

Battiato: Ho alle spalle trent’anni di meditazione, quindi mi posso ritenere forse un ‘professionista’… E senza non potrei più vivere. Dovunque io viva, sento il bisogno di ritirarmi. Lo faccio due volte al giorno, come gli antichi egizi: mi ritiro all’imbrunire e al mattino prima di fare colazione e dopo aver fatto le abluzioni mattutine… Non è mai cambiato mai il sapore di questa dimensione metafisica (che poi per me è fisica), dai primi tempi a oggi, sono cambiate le tecniche, ma il sapore resta identico. Una ricerca che però non si sposa alla fede in una religione esistente… L’atteggiamento religioso è la prima tappa di una ricerca del sacro, diversamente non si può entrare in quelle zone, bisogna lasciare un po’ di zavorra fuori, insomma.

Pulcini: Ma chi è il tuo Dio? Che rapporto hai con Dio? Che nome ha il tuo Dio?
Battiato: È troppo lontano dalla mia portata. Il nome è sempre quello, cambia l’immagine che tu hai di lui: questa forza creatrice non creata, il motore immobile. (…) Comprendere la sua natura è possibile con uno sforzo della fantasia. Io ho avuto la fortuna di sentire zone superiori a me e mi sembra già molto. (…) Io ho una relazione mistica con il creato, la mia idea del divino è la mia ricerca. Non mi sono mai immaginato nulla se non quello che sperimentavo. Quindi non sono né mussulmano, né induista, né cattolico. Come si fa a dire: sono questo o quello? (…) Ritengo che la religiosità, il rapporto con il sacro, sia possibile soltanto come vicenda privata, intima. Diffido della religione ridotta a istituzione, di chi ti vuole convertire, di chi cerca di evangelizzarti. Credo invece nella meditazione, nel raccoglimento, nel silenzio.

Chiaberge: Nelle sue canzoni ci sono il rimpianto per il tempo che passa, i limiti dell’esistenza umana e la sua follia. È pessimismo?
Battiato: Può essere che qualcuno lo legga così. Ma dal mio punto di vista è esattamente il contrario: capire la fine della materia è un modo per comprendere che non siamo eterni, che occorre coltivare una via d’uscita. Tenendo conto di quello che viene prima e dopo l’esistenza. Non c’è pessimismo, anzi, io non vedo l’ora di vivere questo passaggio. (…) Al fondo c’è la convinzione del Buddhismo tibetano che tutto è maja, cioè illusione. E questa consapevolezza aiuta a sopportare anche le cose più orrende. Per i buddhisti, ciò che resta di noi non è l’anima ma il pensiero. Però è un peccato buttare via il corpo, perché è quello che dà la possibilità di raggiungere la salvazione. È un tempio, e come tale va rispettato. Il pensiero ‘poggia sul respiro’ (…) Soltanto a pochi eletti, a coloro che hanno raggiunto la perfetta coscienza, è consentito superare il ciclo della morte e della rinascita. Gli altri sono costretti a rinascere come uomini o come animali.

Giuseppe Pollicelli: Uno dei cardini del Buddhismo è il superamento della materia. Questo tema si ritrova spesso nelle tue opere, compresi i tuoi film…
Battiato: Sì, pensa all’anziano Beethoven che, in Musikanten, malgrado tutti gli acciacchi fisici e la grave limitazione all’udito, non può fare a meno di comporre e, in tal modo, di tendere verso l’alto. Liberarsi dalle catene della materia sarebbe fondamentale. Anche se il nostro corpo è spesso un fattore che ci lega.

Malcolm Pagani: Quali sono i suoi riferimenti?
Battiato: Le influenze sono complesse. Mi sono progressivamente arricchito di insegnamenti che non posso considerare casuali. Ho scoperto la meditazione quando ero sopraffatto dalle nevrosi, i mistici quando la necessità di una sfera spirituale diventò urgente e i tibetani da dieci anni, studiandoli dal 1100 a oggi. Praticamente, non leggo altro.

Battiato: Se vogliamo usare la cronologia, prima viene l’India, quindi il misticismo indiano, poi il sufismo, con lo studio della lingua araba, siamo negli anni Settanta, Gurdjieff, Buddhismo. Naturalmente non è che sono tutti così separati, perché all’interno di un periodo approfondivo i mistici cristiani… occidentali. Ho avuto una forte passione insieme al sufismo per l’ortodossia, quindi i Padri del deserto e Silvano del Monte Athos, Serafino di Sarov, ecc. E tutti questi sono delle colonne portanti.

Battiato: Io sono contrario ai messaggi, ma visto che mi stai spingendo nell’angolo come un pugile, ti dirò la stessa cosa che ripeto sempre a me stesso: acceleriamo, acceleriamo più che possiamo per evitare quella che gli indiani giustamente hanno chiamato la legge del karma. La tua azione inevitabilmente procurerà una reazione, e allora dobbiamo essere attenti e svegli a non commettere azioni che si ritorcano contro l’Essere.

da ricordare in questo senso l’intervista di Nicola Sarti per Bosound e quella all’Espresso del 18/07/2011 dove Battiato afferma: «La mia radice è assolutamente metafisica. Non avrebbe bisogno di parola né di spiegazione»
«Nell’apparenza e nel reale, nel regno fisico e in quello astrale, tutto si dissolverà»
Sai dire addio ai giorni felici
nel disco del 2007 Il vuoto; entrambi i titoli non sono casuali ma sono, come sempre in Battiato, fortemente significativi
Osvaldo Scorrano, La Gazzetta del Mezzogiorno, 30/07/2004
Veda è un termine sanscrito che in italiano significa «sapere», «scienza», «conoscenza» (dalla radice sanscrita vid, sapere) e designa la più antica produzione letteraria sanscrita composta tra il 1500 e l’800 a.C. circa, in molti volumi e articolate partiture. Il complesso di questi libri ha rivestito un’enorme importanza per la religione e la letteratura indiana antiche e poi per le varie riforme fino al Buddhismo. La prima traduzione occidentale risale alla metà del XIX secolo. In Sgalambro troviamo un nesso importante e tradizionale: «Così in certi vecchi testi vedici o nel Qohelet, o in pensatori come Hobbes e Schopenhauer… si sente che in essi è stato detto tutto» (Del pensare breve, p. 102). Gli autori dei Veda erano definiti «Veggenti», una parola presente (come «visioni») nel Canzoniere del duo; si riascolti, ad esempio, Il mantello e la spiga: «Intona i canti dei veggenti / cedi alla saggezza / di fuochi ormai spenti».
cfr. Il pensiero indiano in L. Geymonat et al., Storia del pensiero filosofico e scientifico, Garzanti, Milano, 1970, vol. I, p. 634 e passim; su questo concetto e sul disco di Battiato intitolato Il vuoto e sulla canzone omonima e sui loro legami con il Buddhismo, o meglio con la lettura personale di Battiato del Buddhismo torneremo in un altro commento ad esso specificatamente dedicato
Niente è come sembra (2007)
cfr. Le nostre anime (2015)
R. Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 1975, p. 236
Guido Guidi Guerrera, Bergamo Post, 24/02/2015
Libero, 29/04/2014
Le nostre anime (2015)
La curvatura buddhista e tibetana: Battiato dagli anni Duemila
Riccardo Chiaberge, Corriere della Sera, 4/9/1998
Il cammino interminabile (2001)
cfr. A. La Posta, Battiato, Giunti, Firenze, 2010, pp. 248-249 e passim
Giulia Santerini, Capital Tribune, 5/11/2004
cfr. Oscar Botto, Buddha e il buddhismo, Mondadori, Milano, 1974, pp. 94-95
Bhagavad-Gita, trad. it. Adelphi, Milano, 1975, pp. 82-83
Parabole buddhiste, Laterza, Bari, 1995, pp. 135-136
L’Eco di Bergamo, 1/7/2004
Alessandra De Vita, Ondarock, giugno 2014
Giuseppe Videtti, Venerdì di Repubblica, 14/6/2013
L’ombra della luce (1991)
Claudio Fabretti, 4/8/2003
Battiato-Pulcini 1992, p. 32
Giuseppe Pollicelli, La Voce del Ribelle, novembre 2010
Malcolm Pagani, L’Espresso, 18/7/2011
Battiato-Bossari, Io chi sono, Mondadori, Milano, 2008, p. 26
Giuditta Dembech, 12/2/2005

La porta dello spavento supremo chiude significativamente l’album del 2004 Dieci Stratagemmi e Battiato e Sgalambro hanno più volte definito questa canzone un testo «metafisico». E, in effetti, La porta dello spavento supremo è, in primo luogo, una riflessione audace e apocalittica sulla caducità delle vicende umane, e poi sulla serena e distaccata accettazione dell’ineluttabile fine della nostra esperienza terrena. Ma la morte, è bene subito precisare, non è da considerarsi tanto una fine assoluta quanto un passaggio, una porta verso altri mondi e «visioni». Questo il valore del sottotitolo Il Sogno; dunque, parafrasando un’altra canzone intitolata significativamente Sai dire addio ai giorni felici, potremmo dire che al di là della Porta dello Spavento Supremo, «le visioni si faranno presenze». Sai dire addio ai giorni felici si ascolta in coda a Invito al viaggio, la canzone che chiude Fleurs del 1999, in qualche modo è una traccia fantasma il cui testo recita così: «Ascolta nel fondo dell’ombra / una visione ti viene incontro / un giorno senza tramonto / le voci si faranno presenze. / Sai dire addio ai giorni felici?». Credo sia una precisa ed efficace parafrasi della dinamica esistenziale che presenta anche La porta dello spavento supremo. La parola «visioni» la troviamo ancora in Le nostre anime. I concetti qui espressi si ritrovano, in modo quasi speculare, nell’incipit della canzone intitolata Io chi sono: «Io sono. Io chi sono? / Il cielo è primordialmente puro ed immutabile / mentre le nubi sono temporanee / le comuni apparenze scompaiono / con l’esaurirsi di tutti i fenomeni / Tutto è illusorio privo di sostanza / Tutto è vacuità» (sul concetto buddhistico di Vuoto/Vacuità vedi approfondimento più avanti).

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Questa rapida antologia di interventi di Battiato, che copre quasi una ventina di anni, risulta accomunata da due temi portanti, la morte e il Buddhismo cui pare che Battiato si sia avvicinato particolarmente negli ultimi dieci anni, a partire cioè -questa è una possibile ricostruzione- all’incirca dalla riflessione legata al tema della Porta dello Spavento Supremo e allo studio di quello che Battiato definisce il libro più alto del Buddhismo tibetano, il cosiddetto Libro tibetano dei morti, che approfondiremo. Questo libero percorso (insistiamo sul termine e sull’aggettivo perché davvero Battiato è un mistico eretico, un «viaggiatore anomalo in territori mistici») non contraddice l’assunto complessivo di Battiato tante volte ripetuto anche in versi e musica: «Non sono mussulmano né induista / nor Christian nor Buddhist / né cristiano né buddista / I’m not for the hammer / non sono per il martello / neither for the sickle / né per la falce / and even less for the tricolour flame / né tanto meno per la fiamma tricolore»; «Le parrocchie mi hanno sempre spaventato. Amo i veri mistici, e non i burocrati. E tutto sommato un mistico alto del monachesimo occidentale è vicino a un monaco buddhista, anzi sono identici». Nondimeno, precisa Battiato, «c’è una concezione elevatissima del Buddhismo tibetano… la scoperta dell’insostanzialità della natura. Tutto è vacuo ed è la mente che crea questo universo. È bello sganciarsi dalla materia alla quale invece l’uomo spesso si aggrappa perché la considera un punto di riferimento. Ma se tu ti allontani provi un senso di libertà (…) Tutto quello che riguarda il misticismo mi appartiene, non potrei fare a meno del buddhismo, del cristianesimo, dell’induismo, del sufismo. Ogni volta che ho incontrato un cammino spirituale di alto livello ho provato interesse. Di fronte a decine di possibilità è limitante seguirne una sola. Purtroppo abbiamo spesso a che fare con persone che confondono il cammino spirituale con la competizione, mentre sono due cose inconciliabili. Se hai potere non puoi metterti in un cammino spirituale perché sei già schiavo».

Sebastiano Messina: È cattolico?
Battiato: Non esattamente. Ho una mia idea della spiritualità e della religione. Ho imparato che la verità si può trovare dovunque. Comunque, del Buddhismo mi piace la moderna concezione dell’esistenza. Del sufismo, il loro essere così estremi nella ricerca di Dio, la bontà e la sincerità a tutti i costi. Dell’induismo la meditazione, e la teoria della reincarnazione.
Sebastiano Messina: Crede davvero nella reincarnazione?
Battiato: Assolutamente sì.

Giuditta Dembech: Ma chi è veramente Franco Battiato, quale è la definizione che dai di te stesso? Cosa ti senti veramente?
Battiato: Beh, io direi simplex cioè uno che sta cercando di conoscersi, di avvicinarsi a se stesso. Qualche tibetano che la sa lunga ha detto: cerchiamo di fare amicizia con noi stessi ed io cerco di entrare in quell’amicizia di sé (…) E va bene, se vuoi che scenda nei dettagli, ti dirò che sono onnivoro, e quindi mi sono nutrito di induismo, sufismo, cristianesimo, buddhismo… perché ho una natura che ha bisogno di capire da tante fonti. È come succede nelle lingue; certi vocaboli in una lingua non esistono e dunque è giusto cercarli nella lingua che ha sintetizzato meglio il significato di una cosa. Ti dirò che sono proprio molto contento di essere aperto a qualsiasi influenza. (…) Questa è la sintesi della mia ricerca.

Battiato: Il libro tibetano dei morti. Lo lessi all’inizio degli anni Settanta. La prima volta fu un’esperienza traumatica, perché stavo attraversando un periodo molto delicato. Non riuscii ad arrivare in fondo, non potevo neanche tenerlo sul comodino. La seconda volta lo lessi con maggiore padronanza. La terza mi ha fulminato (…) Diciamo che l’ho fatto mio. Questo libro è perfetto, ognuno lo assimila al proprio metabolismo, alla propria essenza culturale. Perché le distanze sono notevoli, a volte si incontrano delle descrizioni simboliche che sono reali, o viceversa. Io ho fatto un percorso molto preciso di ricerca, e quindi ho ritrovato delle affinità che non avrei nemmeno sospettato (…) Che cosa succede quando si muore? Dove si va? Che cos’è e com’è l’Aldilà? Sono queste le domande alle quali il libro tibetano (titolo originale «Bar-do-thos-grol») cerca di rispondere. Una specie di corso accelerato per moribondi e defunti che svela la chiave segreta dell’immortalità. Che insegna a riconoscere la Luce di Verità, la luce che abbaglia, e ad abbandonarsi a essa, evitando di cedere alle altre luci, piacevoli ma ingannatrici, che non abbagliano e sono pregne dei nostri errori: collera, egoismo, odio, avarizia, lussuria (…) Tutto questo succede nei quarantanove giorni successivi alla morte fisica. Quelli della cosiddetta «esistenza intermedia». Il libro è abbastanza crudo, non addolcisce nessun dettaglio. Ma al fondo c’è la convinzione del Buddhismo tibetano che tutto è maja, cioè illusione. E questa consapevolezza aiuta a sopportare anche le cose più orrende.

Battiato: Il mio documentario sulla morte -ideato e concepito nei tre mesi trascorsi a Katmandù, Gotha dei monaci tibetani- si chiama Attraversando il bardo e nel Buddhismo tibetano indica un luogo intermedio, una sorta di Purgatorio per intenderci, dove risiedono le nostre anime nei 49 giorni che seguono la morte nel corso dei quali possiamo avere possibilità di crescita attraverso la reincarnazione. Insomma il significato del titolo riprende una sorta di Purgatorio del Buddhismo in cui c’è la possibilità della reincarnazione.

Guerrera: Franco, cosa significa attraversare il Bardo?
Battiato: Alludendo al Libro tibetano dei morti intendo riflettere sul fatto che niente finisce per sempre con la morte perché l’energia di cui siamo costituiti ha le caratteristiche spirituali dell’eternità. Perciò morire è solo trasformarsi in un passaggio da una dimensione a un’altra.
Guerrera: La lezione è dunque che ‘nulla è come sembra’?
Battiato: Esatto, siamo infiniti ed eterni quanto il cosmo. In realtà siamo prigionieri delle nostre abitudini, paure e potenti illusioni, dunque non riusciamo a considerare consapevolmente di essere parte del tutto universale.

Gianni Poglio: Ma si sente ebreo, musulmano, buddhista o cos’altro?
Battiato: Non rinuncio a nessuna di queste religioni per abbracciarle un po’ tutte. Ho appreso molto dalle varie fedi per diventare come sono adesso. Spesso, la gente ha una percezione di Dio troppo umanizzata. Invece, è fondamentale liberarsi dalla materia e dai vincoli che ci legano alla materia.

Chiaberge: Il libro dei morti ha ispirato qualcuna delle sue canzoni?
Battiato: Direttamente no. Beh, forse L’ombra della luce rappresenta in qualche modo questo desiderio di illuminazione… ‘Riportami nelle zone più alte, in uno dei tuoi regni di quiete: è tempo di lasciare questo ciclo di vite’… Sul divano, dalla pila dei libri per l’estate, spunta un altro testo di saggezza buddhista tibetana: Namkhai Norbu, Dzog-chen. Lo stato di autoperfezione. Che raccomanda tra l’altro: «Apri il tuo occhio interno e osservati. Non cercare una lampada che ti illumini dall’esterno».

I’m that, 2004 
L’Espresso, 8/5/2013
Sebastiano Messina, la Repubblica, 3/4/2005
Si ricordi che il titolo di un cofanetto di Battiato è In fondo sono contento di avere fatto la mia conoscenza.
Battiato e Il libro tibetano dei morti: dagli anni Settanta
Francesco Rigatelli, La Stampa, 11/12/2014
Gianni Poglio, Panorama, n°54, 2008 e cfr. A. La Posta 2010, pp. 155 e 164