La cura

Viene chiesto a Battiato: «Come lavora con Sgalambro?» e la sua risposta è: «Con La cura, ad esempio, io ho iniziato la prima parte e lui ha fatto la seconda». L’artista non precisa però quale sia la prima e la seconda parte né chi le abbia redatte. Evidente però che la responsabilità dell’esito finale è comune come è comune il progetto complessivo di un viaggio a salvezza.

Infatti credo che questo sia il senso complessivo della canzone: un percorso di liberazione da una situazione di sofferenza esistenziale («vagavo… sbalzi d’umore… ipocondria… malinconia») a una situazione di benessere (quasi) ultraterreno o dove, meglio, si è in grado di percepire il nostro «transito terrestre» e le sue naturali cadute e difficoltà in una prospettiva ultraterrena.
Affrontiamo subito, in questa prospettiva, il punto centrale della canzone che è anche il punto dove il significato, se non più oscuro, è per certo più ellittico.

Vagavo per i campi del Tennessee (…) Non hai fiori bianchi per me? / Più veloci di aquile i miei sogni / attraversano il mare.

Iniziamo con il tradurre «vagavo». Questo verbo va compreso richiamando un altro passo di Battiato-Sgalambro: «Andando a caso consideravo girando per strade vuote / che l’equilibrio si vede da sé si avverte immediatamente». Vagare è dunque andare senza meta, senza una direzione, ovvero errare, dove il sinonimo implica anche una situazione di errore e quindi di sofferenza esistenziale, cui si contrappone chi ha equilibrio e così sa dove andare. Dato questo, credo allora che la domanda «non hai fiori bianchi per me» nasca proprio da questo dialogo interiore, da questo smarrimento esistenziale che così possiamo parafrasare:

Anima mia, mentre sto vagando senza meta e in un posto lontano da casa e straniero, dove non so nemmeno come vi sia arrivato e dove i miei passi mi stanno portando, mi chiedo, e ti chiedo, se non hai nulla di delicato e gentile e puro (‘fiori bianchi’) da offrirmi per superare e consolare questa sofferenza esistenziale.

E la risposta è «Più veloci di aquile i miei sogni / attraversano il mare», ovvero una risposta di salvezza piena e immediata, capace di portare la nostra esistenza in una «zona più alta».
I fiori sono così, e per questo, «fiori bianchi», non sono cioè rose rosse, con tutto quello che implicherebbero: non siamo cioè all’interno di un rapporto di coppia e d’amore di questo tipo. Ricordiamo, ad esempio, che le vesti del Papa sono bianche, che la colomba che rappresenta lo Spirito Santo è bianca, e che anche nell’alchimia il rischiaramento è rappresentato dal bianco. E comunque il fiore ha da sempre simboleggiato l’energia vitale, la gioia di vivere, la fine dell’inverno e, persino, la vittoria della vita sulla morte.
Dunque i «fiori bianchi» rappresentano sinteticamente non solo la vittoria sul nero della Morte e della Malinconia, ma complessivamente tutte le gioie spirituali che un positivo cambio di prospettiva esistenziale ci può offrire e che vengono elencate nelle due strofe che aprono e chiudono la canzone. Non a caso la Chiesa cattolica parla di cura d’anime e istituisce la figura del curato, ovvero di colui, solitamente il parroco, che ha come compito principale quello di sanare e curare le sofferenze esistenziali e spirituali di coloro che gli sono stati affidati.
Il senso diventa così forse più evidente: La cura è l’attenzione che una parte di noi illuminata deve avere per un’altra parte di noi, della nostra anima, in sofferenza.
Questa cura, questa attenzione, è dunque l’inizio di un viaggio terapeutico terreno, ma al tempo stesso ultraterreno, oltre il tempo, «le correnti gravitazionali… lo spazio e la luce», che ci porterà a uscire dal ciclo delle sofferenze o, se vogliamo, dal vicolo cieco delle sofferenze, in questa vita e, per Battiato, nella vita ulteriore e ultraterrena.

Certi di questa lettura, potrebbe sembrare che abbiamo imposto a Sgalambro quello che è un leitmotiv di Battiato, dalla metà degli anni Settanta ad oggi: la situazione artistica ed esistenziale di errore contrapposto a un percorso di cura e guarigione.
In realtà Sgalambro segue (complessivamente e sia pure in modo originale) la proposta filosofica di Arthur Schopenhauer e quest’ultimo ci insegna proprio che dobbiamo uscire dalla cecità della sofferenza e del desiderio, per aprirci a un’altra libertà. Non a caso Schopenhauer conclude la sua riflessione occidentale con un’apertura al Buddhismo come pratica di liberazione. Ed è proprio in questa tensione verso una libertà dal dolore inutile («come piombo pesa il cielo questa notte / quante pene e inutili dolori») che si incontrano Sgalambro e Battiato.

La cura è così il risultato più alto ed esplicito di un percorso di liberazione dell’uomo ma è, anche, il punto di unità tanto della filosofia di Sgalambro quanto della prospettiva mistica di Battiato; infatti, se etimologicamente misticismo ha come radice mistero, mistico è pertanto colui che, come Battiato, si occupa del mistero della vita ed è capace di offrire una positiva soluzione: una cura, appunto.
A conferma di questa prospettiva comune, possiamo poi ricordare che «il bene è dunque attenzione all’esistenza dell’altro» è solo il primo dei molti richiami che possono essere fatti nelle opere di Sgalambro; ad esempio, l’intera opera La consolazione è dedicata a una particolare forma di cura di sé e dell’altro.

Ma ora dobbiamo allargare la nostra prospettiva per un altro fondamentale riferimento. Vi è un profondo legame tra questa canzone, La cura e un testo che Battiato e Sgalambro scriveranno tre anni dopo ispirandosi a una nota poesia di Baudelaire, Invito al viaggio, tratta da I Fiori del Male, 1857.
La cura è per l’appunto, un invito al viaggio, un invito a rinviare il suicidio, a superare una condizione esistenziale senza scampo. I «fiori bianchi» si contrappongono così ai «fiori del male», ai fiori neri della Malinconia che è il tema centrale della poesia di Baudelaire: «Parigi cambia! Ma nulla nella mia malinconia è cambiato» versus «Ti salverò da ogni malinconia». Tuttavia in Baudelaire troviamo anche: «guarire di tutto, dalla miseria, dalla malattia e dalla malinconia».
Se questo il legame, evidentissimo, tra i due testi, le canzoni di Battiato e Sgalambro sono tuttavia antitetiche rispetto alla concezione complessiva che Baudelaire mostra ne I Fiori del Male. Perché nel più grande libro di poesia della contemporaneità (il libro dal quale nasce tout court la contemporaneità, cfr. Breve manuale di semiotica delle arti contemporanee, Jachia, 2010) manca totalmente la prospettiva di una salvezza, che è invece l’obiettivo de La cura e di Invito al viaggio nella riscrittura di Battiato-Sgalambro.
Ora una necessaria precisazione: nessun testo richiamato da Battiato (e Sgalambro) è davvero solo un plagio o una citazione, ma un tassello di un progetto sempre originale e personale, e questa è una delle caratteristiche fondamentali della loro arte. Fermo ciò, il testo di Battiato-Sgalambro è un collage dei versi di Invito al viaggio di Baudelaire mentre i versi finali, in francese, sono probabilmente una ripresa e sommaria parafrasi del testo baudelairiano da parte di Battiato e Sgalambro.
Risulta evidente così che persino la straordinaria collaborazione tra Battiato e Sgalambro risponde a questa profonda strategia artistica ed esistenziale di Battiato. In nessun momento Battiato ha mai rinunciato al racconto del proprio viaggio. E a una prospettiva di autentica cura, del mondo e di se stesso nel mondo.
Abbiamo detto, ed ora in modo più esplicito, che La cura è un viaggio verso la salvezza, cioè un viaggio iniziatico di conversione. Se questo è vero, diviene opportuno riportare l’incipit di un altro grande viaggio iniziatico, La Divina Commedia: «mi ritrovai per una selva oscura… che la diritta via era smarrita… io non so ben ridir com’io v’entrai» cui corrisponde «vagavo per i campi… come vi ero arrivato, chissà». La cura è dunque un percorso diverso (retto, ovvero giusto e coerente) rispetto a un vagare disperso, disperato e spezzato. Quanto stiamo dicendo risulta particolarmente evidente nel verso «Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza» che ci mostra appunto una retta via verso l’Essenza rispetto ad una «selva oscura» dove ci si perde e ci si disperde (si rammenti che, per contrasto alla «selva oscura», i fiori sono «bianchi»).
Ricordiamo, allora, l’intento complessivo dell’opera iniziatica di Dante che è quello di (ri)condurre l’umanità da uno stato di miseria a uno stato di salvezza, percorso iniziatico che la Lettera a Cangrande della Scala illumina con una bella frase latina: «removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis», ovvero, appunto, «portare l’uomo da una condizione di miseria, sofferenza e smarrimento esistenziale a una salvezza».

Dunque una via, una strada, un iter progressivo rispetto a un ossessivo, circolare, nevrotico, vagare: questo il risultato di una Cura che è salvezza e conversione e che è in primo luogo, un diverso equilibrio con se stessi, un punto fermo nel cosmo: «Giriamo sospesi nel vuoto / intorno all’invisibile, / ci sarà pure un Motore Immobile».

«Tu sei la mia difesa e salvezza… il Signore ti libererà… da ogni insidia di morte… darà ordine ai suoi angeli di proteggerti ovunque tu vada… Non temerai i pericoli della notte, né alcuna minaccia di giorno, la peste che si diffonde nelle tenebre, la febbre che colpisce in pieno giorno… e tu non inciamperai contro alcuna pietra… Dice il Signore: ‘sarò con lui in ogni pericolo’», Salmo 90. Ma anche Matteo 10: «Diede loro il potere di… guarire ogni sorta di malattie e infermità.»
Il verbo «vagare» Battiato e Sgalambro lo usano solo un’altra volta e in maniera estremamente significativa: «sii forte e sereno anche nei giorni dell’avverso fato… Ah, quante volte alzando gli occhi al cielo / spinte dalle correnti ho visto le nuvole vagare…», dalla canzone, anch’essa del 2004, significativamente intitolata Conforto alla vita; però, e vi torneremo nelle ultime righe di questa analisi, nella canzone di ispirazione baudelairiana scritta da Battiato e Sgalambro nel 1999 e intitolata Invito al viaggio troviamo dei curiosi «vascelli vagabondi» con la indimenticabile, suggestiva e sicilianissima, voce recitante di Sgalambro.
Invito al viaggio, Baudelaire e Battiato-Sgalambro: Ti invito al viaggio / in quel paese che ti somiglia tanto. / I soli languidi dei suoi cieli annebbiati / hanno per il mio spirito l’incanto / dei tuoi occhi quando brillano offuscati. / Laggiù tutto è ordine e bellezza, / calma e voluttà. / Il mondo s’addormenta in una calda luce / di giacinto e d’oro. / Dormono pigramente i vascelli vagabondi / arrivati da ogni confine / per soddisfare i tuoi desideri. / Le matin j’écoutais / les sons du jardin / la langage des parfums / des fleurs (traduzione: al mattino ascoltavo i suoni del giardino, il linguaggio del profumo dei fiori)”
cfr. commento a Fisiognomica (1988)
Come un cammello in una grondaia (1991)
Sgalambro e Schopenhauer
cfr. Mesopotamia (1989)
Battiato, Luca Cozzari, Zona, 2005, p. 19
Tra sesso e castità (2004)
cfr. L’ombra della luce (1991)
cfr. «vivevamo in attenzione… prima della caduta… prima della rivolta nel dolore», Sui giardini della preesistenza (1993)
cfr. Anatol, 1990, pp. 142 e 52
cfr. Il mio cuore messo a nudo, Charles Baudelaire, Adelphi, Milano, 1994, p. 40
cfr. Lettera a Cangrande della Scala, Epistole, XIII
Vite parallele (1998)

Viene chiesto a Battiato: «Come lavora con Sgalambro?» e la sua risposta è: «Con La cura, ad esempio, io ho iniziato la prima parte e lui ha fatto la seconda» (intervista in Battiato, Luca Cozzari, Zona, 2005, p. 19). L’artista non precisa però quale sia la prima e la seconda parte né chi le abbia redatte. Evidente però che la responsabilità dell’esito finale è comune come è comune il progetto complessivo di un viaggio a salvezza.

Infatti credo che questo sia il senso complessivo della canzone: un percorso di liberazione da una situazione di sofferenza esistenziale («vagavo… sbalzi d’umore… ipocondria… malinconia») a una situazione di benessere (quasi) ultraterreno o dove, meglio, si è in grado di percepire il nostro «transito terrestre» (cfr. Mesopotamia, 1989) e le sue naturali cadute e difficoltà in una prospettiva ultraterrena.
Affrontiamo subito, in questa prospettiva, il punto centrale della canzone che è anche il punto dove il significato, se non è più oscuro, è per certo più ellittico.

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