Il ballo del potere

Questa canzone è un confronto tra falsi e veri riti, tra false e vere sacralità, e, al tempo stesso, un attacco all’ipocrisia e alla falsità del sistema del potere politico occidentale. Se l’attacco al potere è il tema più evidente, non meno importante è il taglio metafisico della canzone che ne costituisce l’anima segreta e che definisce, anche, il senso ultimo della canzone.

Iniziamo a osservare che la canzone è divisa nettamente in tre parti, o meglio, e più esattamente, si svolge in tre diversi teatri.

La prima scena è occidentale e mostra la convenzionalità (e la banalità) del rito del potere occidentale (la parola chiave è finzione da cui «fingi» e «finta»: il «ballo del potere» è, a tutti gli effetti, un balletto di astruse convenzioni).

La seconda e la terza scena, spostandosi nel tempo e nello spazio, interrogano questa banalità, questa falsa ritualità, questa falsa convenzionalità del potere occidentale da due diverse prospettive; la prima prospettiva è quella che, per mera semplificazione esplicativa, possiamo dire primitiva («i pigmei dell’Africa» e «gli aborigeni d’Australia»), la seconda è quella che, con altrettanta apoditticità, possiamo dire metafisica (la coppia yin e yang è appunto, come preciseremo tra poco, al centro della metafisica taoista).

Opportuna però subito una precisazione che è anche, almeno in parte, un’esplicitazione del contenuto della canzone. Battiato e Sgalambro muovono evidentemente dall’affermazione -implicita nel testo ma pure evidente- che dovremmo rivedere il nostro concetto di civiltà.

Ne seguono almeno due domande: è davvero civile il nostro potere? erano davvero barbari e incivili gli antichi (e contemporanei) riti di socialità e fertilità? E, infine, la nostra complessiva dissociazione mentale -di cui il potere occidentale è un riflesso e un’espressione- è davvero un risultato che ci rende felici? O che almeno ci dà un vero «benessere»?

Lasciamo a ciascuno di noi, più che la risposta, la riflessione su questi temi e passiamo ad approfondire la prospettiva che, credo correttamente, abbiamo chiamato metafisica e che, in effetti, viene – anche – dalla decennale consuetudine di Battiato con le religioni orientali. Scrive Elemire Zolla in Aure. I luoghi e i riti, a pagina 155: «Il T’ai-chi insegna a capire il modo di procedere della natura, ma non a parole ma interiormente (…) La metafisica taoista (che produsse la riflessione del T’ai-chi) è superiore alle dispute fra materialismo e spiritualismo. È, infatti, superiore alle formulazioni, è qualcosa da vivere, un armonizzarsi con la natura stessa, col divenire in cui il vuoto chiama il pieno, e viceversa, incessantemente».

Ne segue, oltre a quanto detto nella canzone, anche quanto Battiato esplicita in un’intervista: «Per ottenere risultati positivi è necessario, quindi, che vi siano almeno due aspetti pronti a operare. È la dimensione dello Yin e Yang, della dualità che sostiene il mondo»; questa risposta di Battiato ci permette inoltre, forse, di capire il significato della frase «You miss me and I miss you», cioè «io manco a te e tu manchi a me»: in essa si alluderebbe alla mancanza occidentale e si afferma, al contrario, la necessità di compenetrazione simmetrica tra Yin e Yang.

Se questa è la prospettiva metafisica di Battiato, e della canzone nel suo complesso, precisiamo ora meglio l’apporto delle opere di Sgalambro che si armonizzano perfettamente (ancora una volta) con tutto questo.

Trascriviamo così subito un primo passo di Sgalambro che ritengo, in qualche modo, la premessa logica a questa canzone: «Ricordo – dice il filosofo – una constatazione fatta dal vecchio Christian Wolff (scilicet: un filosofo razionalista nato nel 1679 e morto nel 1754) secondo la quale per conoscere bene e comprendere le verità politiche è necessario aver compreso le verità metafisiche… è alla metafisica, sono convinto, che si deve chiedere aiuto… per… comprendere le verità politiche».

Per illuminare ulteriormente quest’impostazione complessiva, per la quale la politica deve essere coerente a un’etica e a una metafisica, è utile riportare uno stralcio da una (giustamente) elogiativa (nei confronti di Sgalambro) intervista di Battiato dove afferma: «Chi gestisce il potere dovrebbe essere come un amministratore di condominio, e invece si sente e agisce come un padrone. Hanno il servizio d’ordine, e non scendono dalle macchine finché qualcuno non gli apre lo sportello… surreale! Manlio Sgalambro, in Dell’indifferenza in materia di società, ha scritto pagine insuperabili sulla politica e su chi ci governa… Sarebbe bello trovare un modo per estromettere dalla vita sociale questi spudorati ladri. La risposta, come metafora, è che si può vivere semplicemente, ed essere felici».

Riportiamo allora qualche altra frase dal volume citato di Sgalambro edito nel 1994 e dunque pochi anni prima della scrittura della canzone: «Politici imbecilli e corrotti… banda di canaglie e miserabili… linguaggio ridotto a gergo e melassa… fabbrica di stupidità… La politica è la più stupida attività a cui si siano mai dati gli uomini… opponendomi dunque al modello vincente io esigo… che la politica si regoli sulla metafisica… io torno, cioè, alla possibilità, o alla fantasia, che la politica si subordini interamente alla metafisica e che tragga da questa le sue verità». Che è esattamente quello che ci dice la canzone o, meglio, quello ci fanno vedere le sue astute metafore logico-spaziali.

Vorrei chiudere però dando ancora la parola a Battiato e facendo un’ultima serie di considerazioni che ci portano dal dettato della canzone a una riflessione più generale sul canzoniere di Battiato.

Il ballo del potere sembra essere quasi un brano di cronaca, legato com’è al momento politico che stiamo vivendo. Quanto ti interessi di politica?

La seguo per forza. Non sono un esperto di movimenti interni ma esternamente posso solo dire le cose che mi piacciono e quelle che non mi piacciono. Quelle che mi piacciono non ci sono… per cui posso dire solo quelle che non mi piacciono! Non mi piace che ancora oggi si usi la retorica come standard, con timbri di voce che uno non riesce più a seguire perché diventano un suono onomatopeico – lo dico in senso negativo – che disturba, sempre pieno di luoghi comuni, di non significati.

Dato, e detto, tutto questo, più in generale io credo che le canzoni di Battiato siano tutte, singolarmente e nel loro insieme, un chiaro esempio d’opposizione ad ogni forma di potere che non abbia rispetto dell’uomo e della sua persona. Ad esempio in Bandiera bianca (1981) Battiato cantava: «Quante squallide figure che attraversano il paese / com’è misera la vita negli abusi di potere. […] minima immoralia / minima immoralia»; oppure e in coerenza: «Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere / di gente infame, che non sa cos’è il pudore, / si credono potenti e gli va bene quello che fanno; / e tutto gli appartiene. / Tra i governanti, / quanti perfetti e inutili buffoni». Il potere («l’assurda sete di potere», per usare un’altra locuzione di Battiato della fine degli anni Ottanta, ma coerente da sempre con il suo pensiero di ieri e di oggi) e il fanatismo («orde di fanatici») passato e presente sono tra le cause più evidenti della crisi contemporanea e tra gli obiettivi contro i quali con più determinazione si scaglia Battiato. E naturalmente, lo ripeto, questo vale dall’inizio della sua carriera a oggi.

Si ricordi che Battiato è autore di una canzone intitolata significativamente Zone depresse… «depresse»? «primitive»? ma rispetto a cosa e a chi? la risposta polemica contro certe concezioni ontologicamente razzistiche è anche in questa canzone
Nella canzone si contrappone il termine «dissociato» a «tranquilli»; la domanda «ti sembrano felici?» chiude significativamente la canzone Caffè de la Paix del 1993
Ricordiamo che Zolla è tra gli autori che Battiato conosce e di cui riconosce un valore almeno propedeutico, cfr. Il Giornale, 1/5/2001
Intervista di Rosario Pantaleo, L’Isola, ottobre 1998
cfr. Dell’indifferenza in materia di società, pp. 49-50
Sette, n° 27, 6/7/2011, intervista a Donatella Bogo: il passo richiamato è probabilmente in Sgalambro, Dell’indifferenza in materia di società, a pagina 18, dove si parla dell’attività politica come di un’«attività servile» e del suo attuale predominio come di un «rovesciamento paradossale e grottesco»
cfr. Dell’indifferenza in materia di società, pp. 10, 20, 23-24, 70, 75, ecc.
Rockol 6/12/1998; ma vedi anche, per quel che riguarda la concezione del potere di Castaneda, anch’egli presente tra i riferimenti della canzone, Il Giornale 1/5/2001
cfr. traduzione dei versi in inglese:
Il cerchio simbolizza T’ai Chi che è informe e al di sopra di ogni dualità. / Qui esso manifesta se stesso, come il progenitore dell’universo. / È diviso tra Yin (il buio) e Yang (la luce) che significa
polo negativo e polo positivo. / Coppie di opposti, passivo e attivo, femmina e maschio, / Luna e Sole

Questa canzone è un confronto tra falsi e veri riti, tra false e vere sacralità, e, al tempo stesso, un attacco all’ipocrisia e alla falsità del sistema del potere politico occidentale. Se l’attacco al potere è il tema più evidente, non meno importante è il taglio metafisico della canzone che ne costituisce l’anima segreta e che definisce, anche, il senso ultimo della canzone. Iniziamo a osservare che la canzone è divisa nettamente in tre parti, o meglio, e più esattamente, si svolge in tre diversi teatri. La prima scena è occidentale e mostra la convenzionalità (e la banalità) del rito del potere occidentale (la parola chiave è finzione da cui «fingi» e «finta»: […]

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