Breve invito a rinviare il suicidio

Lettera di Anatol. Cara amica, scrive Anatol, voi mi chiedete… di rispondervi su una questione sempre urgente come quella del suicidio… Procurerò di rispondervi, brevemente come decenza in queste cose. … Ascoltatemi, trattate i moti dell’animo come i moti dell’intestino. Un giorno bisognerà certo spararsi ma intanto viviamo (‘Io sono’ non significa certo ‘io esisto’, secondo la dabbenaggine di Descartes, ma ‘io non mi sono ancora ucciso’. Nell’epoca della fine del mondo questo è cartesianesimo). Quanto al nostro discorso, sappiamo entrambi che per l’eroe morale esso -il suicidio- è sempre possibile, egli ha sempre aperte le porte del mondo da cui uscire come per una passeggiata. Sorride e tira alla tempia… Vi autorizzo a uccidervi, sì, ma solo in un momento di gioia.

Se esplicita è la posizione di Sgalambro -il suicidio deve essere una scelta positiva dell’eroe morale, non una necessità, con un forte richiamo in questa posizione alla figura etica di Leopardi che illustreremo di seguito- altrettanto chiara è quella di Battiato (come vedremo più avanti).
Dietro queste posizioni personali così sommariamente ricostruite, troviamo almeno tre riferimenti intellettuali importanti ovvero il già ricordato Leopardi, Schopenhauer, la riflessione buddhistica, cui faremo cenno di seguito a cominciare da Leopardi e per arrivare alle parole dirette di Battiato.
Scrive Leopardi prospettando quella che Francesco De Sanctis, con empito romantico, chiamerà «etica della solidarietà»:

Viviamo, Porfirio mio e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilito dei mali della specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamo incoraggiandoci e dando mano e soccorso scambievolmente per compiere nel migliore modo questa fatica della vita.

Naturalmente la posizione eroica e solidaristica di Leopardi riprende, a sua volta, il primo libro dell’Enneade di Plotino dove si depreca il suicidio. Vanno, in questo coté filosofico, ricordati poi Platone e Aristotele, avversari del suicidio l’uno per ragioni metafisiche e l’altro per più precise ragioni umane. Il discorso si farebbe lungo (fino alla riflessione di Hegel sul suicidio ricordata ancora da Sgalambro ne La morte del sole, p. 139) e forse può essere sufficiente aver identificato, ancora una volta, in Leopardi il più forte punto comune del duo. No dunque a un suicidio egoistico e sì invece a un buon uso del tempo della vita che, come dice ancora Leopardi nello stesso dialogo, «senza alcun dubbio sarà breve».

Schopenhauer considera il suicidio un’azione inutile e stolta. Il suicida esprime infatti il contrario di ciò che vuole dimostrare: il suo amore per l’esistenza. La via alla liberazione dal dolore dell’esistere può avvenire invece attraverso un duro tirocinio spirituale di cui l’Arte è solo il primo livello; più in là vi è la Compassione e la Giustizia ed infine l’Ascesi, il vero e positivo «esodo da questo mondo». Naturalmente la posizione di Schopenhauer (e di seguito quella di Sgalambro) deriva dal suo incontro con le filosofie e riflessioni religiose buddhiste e indiane che rifiutano il suicidio come un atto che non ci libera dalla sofferenza e dalla catena delle reincarnazioni ma ne ribadisce il vincolo. E questo è, probabilmente, un secondo retroterra comune tra Sgalambro e Battiato (oltre, ovviamente, a Leopardi).

Opportuno ora riportare, per il discorso che stiamo facendo, un passo del Catechismo Buddhista, un testo del 1888, apparso in prima traduzione italiana nel 1897 e riproposto con prefazione di Battiato medesimo, nel 2004:

Il suicidio… è un gesto stolto poiché recide con violenza il filo vitale che in seguito viene necessariamente riannodato, in genere sotto circostanze più sfavorevoli di quelle alle quali il suicida tenta di sottrarsi.

Pare evidente che Battiato muove da qui, o dal complesso delle filosofie e riflessioni religiose indiane, tutte coincidenti nel rifiuto del suicidio in quanto espressione di una non accettazione del proprio Karma e delle proprie responsabilità esistenziali. Va però anche subito ripetuto un concetto importantissimo per Battiato:

Non sono cattolico, ma non sono neppure buddhista o induista. Non mi piacciono le etichette e poi le religioni non sono in competizione tra loro. Ho una mia spiritualità, una mia ricerca dell’ascesi. Sono un uomo religioso e basta.

Opportuno però ora uscire dal piano teorico e delle idee e passare a quelle più concrete delle vicende biografiche. Battiato ricorda che

il 1972 (fu) un anno veramente decisivo. Dedicavo tutto il mio tempo allo sperimentalismo elettronico e alla ricerca del suono. Senza accorgermene, stavo praticando la meditazione e la concentrazione: ero talmente assorto e preso dai suoni, che non pensavo a niente, dimenticandomi quindi di esistere come divenire e diventando solo essere. Ero continuamente in espansione, senza essere preparato a questo nuovo tipo di sensibilità. È solo e sempre la paura delle cose che non conosci che ti fa vedere tutto quello che tu hai paura di vedere! Mi ricordo che stavo sempre male, ‘tra color che son sospesi’. Non appartenevo a niente e a nessuno, vedevo il cielo di carta e la natura di plastica. Ma il fondo lo toccai a New York, l’estate del ’73, dove, per un mese tutti i giorni, ho combattuto col suicidio. Di notte lievitavo, diventando masse di colori, di giorno mi sentivo portare via. Mentre camminavo mi sentivo attratto, come un piccolo ferro a una grande calamita; oppure mi sentivo spegnere come se a un tratto mi togliessero i contatti o la corrente. A volte, il mio corpo si scomponeva, diventando migliaia di rette che andavano in tutte le direzioni, velocissime. Sono stato un dinosauro, un metallo, ho sentito centinaia di voci parlare tutte insieme. Una notte, ero sicuro di morire (più del solito). Giunto al massimo, mi lasciai andare, accettando tranquillamente l’idea della morte, quando all’improvviso cominciai a sentire un’energia inequivocabile, che, partendo dalla testa, si stabilizzò presto su tutto il corpo, portandomi una serenità e una gioia che non immaginavo neanche potesse esistere. Solo toccando il fondo riesci a capire quanta acqua c’è sopra o a che altezza ti trovi.

L’esperienza è raccontata perfettamente in Fortezza Bastiani:

Ho camminato girando a vuoto / senza nessuna direzione / mi tiene immobile nei limiti / l’ossessione dell’Io (…) Mi ritrovai seduto su una panchina al sole di febbraio / un magico pomeriggio dai riflessi d’oro / e mi svegliai con l’aria di pioggia recente / che aveva lasciato frammenti di gioia.

E ancora (ma sarebbero moltissime le canzoni da ricordare) in Lode all’Inviolato:

Ne abbiamo attraversate di tempeste e quante prove antiche e dure / ed un aiuto chiaro da un’invisibile carezza di un custode. / Degna è la vita di colui che è sveglio ma ancor di più di chi diventa saggio / e alla Sua gioia poi si ricongiunge…

La posizione di Battiato (e Sgalambro) sul suicidio ci dimostra dunque, a contrario, l’importanza di una retta e continua cura di sé.

«Vi autorizzo a uccidervi, sì, ma solo in un momento di gioia» (Anatol, 1990, pp. 91-92; il tema dell’«Invito a rinviare il suicidio» torna in Sgalambro, Teoria della canzone, p. 59)
Leopardi, Operette Morali, Dialogo di Plotino e Porfirio (cfr. per un approfondimento, Paolo Jachia, De Sanctis, Laterza, Bari, 1996)
Singolare che il volume sia redatto da Porfirio ovvero dal discepolo che si immagina, nel dialogo leopardiano, tentato dal suicidio e confortato, con giuste e forti parole, dal maestro.
Sgalambro e Schopenhauer
cfr. Anatol, pp. 132-134 e cfr. commento a Gesualdo da Venosa (1995)
Catechismo Buddhista, trad. it. Bompiani, Milano, 2004, p. 86
G. Mattei, Anima mia. Rock, pop & Dio, Piemme, 1998.
Battiato e il suicidio: dal libretto interno di Click, 1974; cfr. commento a Magic shop (1979)
Fortezza Bastiani (2004)
Lode all’Inviolato (1993)
Del suicidio in Parerga e paralipomena, 1851, trad. it. Adelphi, 1981

Lettera di Anatol. Cara amica, scrive Anatol, voi mi chiedete… di rispondervi su una questione sempre urgente come quella del suicidio… Procurerò di rispondervi, brevemente come decenza in queste cose. … Ascoltatemi, trattate i moti dell’animo come i moti dell’intestino. Un giorno bisognerà certo spararsi ma intanto viviamo (‘Io sono’ non significa certo ‘io esisto’, secondo la dabbenaggine di Descartes, ma ‘io non mi sono ancora ucciso’. Nell’epoca della fine del mondo questo è cartesianesimo). Quanto al nostro discorso, sappiamo entrambi che per l’eroe morale esso -il suicidio- è sempre possibile, egli ha sempre aperte le porte del mondo da cui uscire come per una passeggiata. Sorride e tira alla tempia… Vi autorizzo a uccidervi, sì, ma solo in un momento di gioia.

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